mercoledì 27 maggio 2009

Berlusconi cattivo esempio, secondo Financial Times

Secondo il Financial Times, Berlusconi rappresenterebbe un cattivo esempio per tutti. Per me, che vivo in Italia, a contatto con la realtà rappresentata da Berlusconi, questo problema non sussiste. E' questo l'ennesimo caso sollevato inutilmente da mass media nazionali e internazionali, fomentati dai primi, di una innocua vicenda del tutto privata e del tutto irrilevante, montata ad arte dai denigratori di Berlusconi. E il Financial Times, invece di occuparsi di basso gossip estero, farebbe meglio ad occuparsi solo di economia e finanza, che dovrebbe essere il loro mestiere.L'affondo sarà nato anche dai tanti programmi farsa che vanno in onda sulle nostre Tv, cosicchè, alla fin fine, a quanto pare, ci stiamo buttando la zappa sui piedi. Ieri sera ho assistito a quella specie di programma Ballarò, che, alla fin fine, non sò ancora come catalogarmelo. Ieri sera, spinto dalla curiosità, mi ero addentrato in Ballarò, e mi stavo quasi assopendo, ascoltando Marco Pannella che stava facendo discorsi di alta filosofia. Scappato da Ballarò, e tornato dopo due o tre minuti, giusto il tempo che Pannella terminasse il suo intervento, mi sono imbattuto in Maurizio Belpietro, e così ho deciso di restare su Ballarò. Da quel momento mi sono riavuto dall'assopimento; gli interventi successivi di Bondi e Lombardo hanno poi contribuito a ravvivarmi la serata. Fosse stato per la presenza di Franceschini, il direttore di Repubblica e Pannella avrei senzaltro preferito qualche film, a loro.L'affondo di oggi del Financial Times verte proprio sull'immondo spettacolo televisivo mandato in onda in questo periodo sulla vicenda Berlusconi-Noemi. Lo spettacolo che ci hanno propinato ieri sera Franceschini e il direttore di Repubblica, ha contribuito all'affondo odierno del Financial Times. Ma sia Bondi che Belpietro gliele han cantate per le rime; e Bondi ha fatto bene a pretendere del lei da Franceschini, sugellando la distanza abissale che corre tra i due.C'è stato un passaggio cruciale, quando Belpietro, tirando in ballo le dieci domande a cui Berlusconi dovrebbe rispondere (e non so a chi, visto che a me non interessa niente di saperlo), ha rilevato che fra queste domande non c'è l'unica veramente essenziale, che poi sarebbe lo scopo vero delle dieci domande: e cioè, Berlusconi ci ha fatto, o non ci ha fatto sesso?Per quanto riguarda gli applausi a comando, lanciati da capi clack, vorrei precisare, a Giovanni Floris che, avendo fatto parte di una clack della Scala e di teatri milanesi, conosco il meccanismo. A buon intenditor...!

lunedì 25 maggio 2009

Fascismo e anti-fascismo nel pensiero di un intellettuale irregolare



La vera resistenza


di
Roberto Pertici24 Maggio 2009

Alla fine del 1958 Gianni Baget Bozzo si presentò a Luigi Gedda, ancora (per pochi mesi) presidente nazionale di Azione Cattolica. Comune a entrambi era un giudizio assai preoccupato sulla situazione della DC e sulla svolta a sinistra che il suo gruppo dirigente si apprestava a compiere: in quella complessa operazione politica, il giovane genovese vedeva la consacrazione definitiva del “pragmatismo a-cristiano” affermatosi nel partito con la segreteria Fanfani. A metà dell’anno successivo, Gedda (ormai estromesso dalla presidenza) accolse la sua proposta di finanziare un nuovo quindicinale che Baget Bozzo chiamò «L’Ordine civile»: si stampò a Roma dal giugno del 1959 a tutto il 1960. Parlandone molti anni dopo, il suo direttore ne avrebbe individuato i temi fondamentali nella riforma in senso presidenziale dello Stato (secondo le suggestioni golliste allora vive in lui) e nella critica della partitocrazia. Ma, a rileggerla oggi, essa appare assai interessante anche per altri aspetti: proprio perché culturalmente e politicamente all’opposizione rispetto al mainstream dominante, mostrava antenne molto sensibili nel registrare i mutamenti di cultura e di costume che si stavano profilando nella società italiana, soprattutto l’affiorare del progressismo cattolico e il ritorno in grande stile dell’antifascismo “ideologico”. E’ su questo ultimo aspetto che vorrei richiamare qui l’attenzione, perché «L’Ordine civile» ebbe subito chiaro che su questo tema si stava giocando una partita dalle conseguenze incalcolabili nella politica e nella cultura italiana.
In realtà l’esigenza di superare la clivage fascismo/antifascismo come dato permanente della lotta politica in Italia e di passare al «post-fascismo» era stato un tema tipico della ricerca di Baget fin dai tempi di «Terza generazione», la rivista diretta Bartolo Ciccardini fra il 1953 e il 1954, nel cui entourage egli aveva svolto un ruolo rilevante: essa aveva posto chiaramente l’esigenza di una revisione dell’antifascismo tradizionale, perché incapace di promuovere un superamento positivo del fascismo, e invitato i giovani a esprimere se stessi nella costruzione di una nuova società, dove un certo antifascismo di maniera non poteva che operare come ostacolo, come fattore immobilizzante e solo negativo. Questa esigenza era stata riconosciuta come uno degli accenti più felici della nuova pubblicazione da alcuni coetanei, che a Bologna avevano dato vita a un altro periodico (destinato però a una vita assai più lunga): alludo a Nicola Matteucci e a Federico Mancini, che si confrontarono criticamente con «Terza generazione» sul «Mulino» nel 1954. Ancora tre anni dopo, Matteucci ne avrebbe sviluppato alcuni temi, indicando come compito della cultura del «Mulino» il superamento di un orizzonte meramente «antifascista» e un atteggiamento nuovo rispetto ai problemi della società italiana, che chiamava, appunto, «post-fascismo» (anche allora avrebbe ricordato «gli amici di Terza generazione»). Alla fine degli anni Cinquanta si ebbe, invece, una ripresa in grande stile dell’«antifascismo ideologico» connessa alle polemiche sull’apertura a sinistra e sulle resistenze che ad essa facevano determinati ambienti economici, culturali ed ecclesiastici. Le vicende del 1960, dalla crisi del secondo governo Segni al governo Tambroni, ai tumulti di luglio, costituirono una svolta senza ritorno (almeno per molti decenni) in quella direzione. Le categorie con cui anche la più intelligente fra le riviste che lavorava per il centro-sinistra giudicò quei mesi è testimoniato da un Taccuino del «Mondo», in cui in termini drammatici si agitava il tema di un nuovo fascismo prossimo venturo: era il sintomo che anche in ambienti “liberali”, a lungo saldi in una posizione “antitotalitaria”, si era ormai affermata la “religione dell’antifascismo”. Scriveva Mario Pannunzio nel numero del 16 febbraio 1960:
Siamo o meno alla vigilia di un nuovo ‘22? Non si tratta di un problema accademico. […] Insomma il fascismo degli anni sessanta non può essere il fascismo degli anni venti: ma non per questo il fenomeno del ‘60 è qualcosa di profondamente diverso da quello del ‘20. È finito il fascismo delle squadre d'azione, della violenza combattentistica, del nazionalismo esasperato: è rimasto - e in qualche misura - lo spirito antidemocratico, la tendenza all'autoritarismo, la pressione degli interessi economici; e c'è, inoltre essenziale novità in una situazione dominata dalle forze cattoliche, la volontà di potenza di un corpo, come la gerarchia ecclesiastica, con i suoi organismi e i suoi laici, estraneo alla società organizzata a Stato, e proprio perché estraneo intrinsecamente sopraffattore. I caratteri formali del movimento che rovesciò il regime democratico quarant'anni fa sono mutati; il colpo di Stato è un obiettivo che oggi non ha più senso. Ma che l’attacco esterno del fascismo allo Stato sia divenuto l'interna degenerazione clerico-fascista dello Stato, nulla toglie all'essenziale, se non in questo: che ha reso più difficile riconoscere un pericolo che è identico. [...] C’è obiettivamente una coalizione clerico-fascisa nel paese .
Il mese successivo si svolgeva sull’«Ordine civile» un interessante confronto fra il neo-fascista veronese Primo Siena, direttore della rivista «Carattere» (su di lui molte notizie si trovano nel recente libro di Antonio Carioti su Gli orfani di Salò), e Gianni Baget Bozzo. I due interlocutori erano concordi nel criticare l’unità del fenomeno fascista e quindi l’assimilazione completa fra fascismo e nazismo: entrambi ritenevano quindi assolutamente improprio la categoria di “nazifascismo”, poi invece destinata a grande successo. Il loro disaccordo nasceva altrove: mentre a Siena, sembrava «necessario operare una scelta nel bagaglio del fenomeno fascista per discernere quanto esso conservava di tradizionalmente vivo e quanto di caduco in esso il vaglio storico ha rivelato», Baget esortava i giovani neo-fascisti a un superamento totale dell’eredità del fascismo: se il fascismo è ormai un fenomeno «storico» - affermava - «bisogna aver la forza non di rinnegare, ma di abbandonare il proprio passato: di abbandonarlo, nel senso in cui è detto ad Abramo “Esci dal tuo popolo”» e quindi di uscire dal ghetto, rientrando nel gioco politico e nel dibattito culturale.
Tale “abbandono” doveva produrre specularmente quello dell’antifascismo: esso rappresentava infatti «in concreto il medesimo sistema di idee del fascismo rovesciato», senza riuscire «a raggiungere alcun concetto politico nuovo, chiaro e distinto, ma soltanto pasticci ideologici, validi solo come schemi demagogici: “liberal socialismo”, “democrazia progressiva”, “Stato sociale”, sono formule senza concetti, espedienti verbali senza sostanza di dottrina». Baget sottolineava il «carattere solidamente conservatore» che ormai l’antifascismo del 1960 presentava: qui pensava, evidentemente, alla sua profonda avversione all’esperienza gollista e a ogni ipotesi di riforma costituzionale.
Sarebbe tornato sull’argomento qualche mese dopo, dopo i fatti di luglio, distinguendo fra la Resistenza e l’antifascismo, quali erano stati vissuti «nella coscienza degli innocenti e dei giusti» (lo stesso Baget vi aveva partecipato) e quello che erano ormai «nella politica dei potenti» (li chiamava i “santoni” della Resistenza). L’eredità positiva della Resistenza era stata importante: «il nazionalismo non è più un ideale, lo Stato nazionale non è più un mito, il “force passe droit” può essere sostenuto solo contro coscienza. (…) Il “sangue d’Europa” non è corso invano. La via è libera a dei grandi compiti ricostruttivi». Ma «la Resistenza e l’antifascismo hanno cessato di essere parole di significato universale dal momento in cui, in loro nome, la religione fu oppressa, l’autonomia nazionale e statale di mezza Europa conculcate e disperse, la libertà civile annullata. (…) Da quel momento coloro che avevano sentito nella Resistenza la lotta della verità e della civiltà contro un neopaganesimo diventato ormai solo dispotismo e barbarie, non potevano più in verità usare quelle parole, come espressione militante dei valori».
Baget Bozzo insisteva soprattutto sul valore “divisivo” che il richiamo resistenziale manteneva presso i “professionisti” dell’antifascismo: essi tendevano a perpetuare le divisioni della guerra civile, negando ogni «nobiltà del nemico (…) di colui che morì per fedeltà, che combatté per solidarietà, per onore: colui che combatté nonostante sapesse della sconfitta, che morì senza la speranza della vittoria». Questa originaria “partigianità”, quest’applicazione continua della «categoria dell’amico e del nemico» impediva alla loro cultura - questo è l’addebito più grave che Baget faceva loro – di «fondare la “polis”, la “respublica”, lo “Stato”», cioè un’entità politica che fosse di tutti, e li spingeva invece a privilegiare piuttosto il partito come «formazione politica originaria»: la cultura dell’antifascismo non era capace di intendere la democrazia «in altro senso che non sia un senso militante, come strumento di lotta all’antidemocrazia». Per cui finiva per ignorare il cammino precedente degli ideali democratici, «la verità dei classici, la verità dei cristiani».
Insomma, Baget Bozzo negava che il mito resistenziale – quale veniva elaborato dai nuovi antifascisti – potesse diventare «il fondamento del nostro Stato». Così inteso, esso finiva per rimuovere l’esperienza fascista («Signori, il Fascismo non è mai esistito, eravamo tutti antifascisti e noi siamo quelli della Resistenza»), la sconfitta militare del 1943 e soprattutto – dirà in un discorso del 1961 - recidere la continuità della storia d’Italia: «L’Italia ha altre grandezze. Un Paese che ha 2600 anni di storia ha molti altri titoli di continuità nazionale e di valore e non può fondare la sua dignità politica su di un solo fatto recente che ha un valore storico limitato». Si avverte qui un Baget Bozzo “giobertiano”, che al di sotto della “forma-Stato”, guardava a un’Italia profonda, in cui si sono stratificate esperienze millenarie, fra cui primaria quella cristiana: «non possiamo rifiutare nulla della storia d’Italia», aveva dichiarato icasticamente Baldo Scassellati nella presentazione di «Terza generazione», mentre il mito della Resistenza come un vichiano “nuovo cominciamento” ne rifiutava gran parte, in quanto prologo in cielo del fascismo.Queste posizioni rimasero per allora isolate, ma – attraverso un percorso sotterraneo – avrebbero avuto poi effetti importanti. Discutendo con Primo Siena, Baget aveva indicato, come compito fondamentale della cultura italiana, quello di pervenire a «una valutazione oggettiva, non fascista né antifascista, del fascismo». L’esigenza da lui espressa trovava il pieno consenso di un altro collaboratore della rivista, Augusto Del Noce, che, sul «Mulino», aveva scritto cose analoghe fra il 1957 e il 1958: a suo giudizio, il problema della «valutazione oggettiva» del fascismo occupava un «posto assolutamente primo […] nell’ordine di importanza, sotto il profilo della cultura che interessa la decisione politica». Così, il 15 aprile 1960, egli avrebbe pubblicato sull’«Ordine civile» – proprio rifacendosi alla risposta dell’«amico Baget» a Primo Siena – Idee per l’interpretazione del fascismo, un saggio destinato a una singolare fortuna. La sua lettura sarebbe stata una folgorazione per un giovane storico “non incardinato” (come si direbbe oggi), che allora stava lavorando sulla storia degli ebrei italiani sotto il fascismo: aprì orizzonti nuovi proprio alle sue riflessioni sul fascismo. Renzo De Felice lo dichiarava esplicitamente nella recensione che gli dedicava nel novembre del 1960: segnalava alcune recenti «indagini particolari» in cui «il problema del fascismo era stato riproposto in termini nuovi e – finalmente – veramente critici, interpretativi, in una parola, storici. Termini nuovi dai quali non si potrà – crediamo - più prescindere». Riconosceva che «il la alla discussione era stato dato da un breve ma penetrante articolo di Augusto Del Noce» sull’«Ordine civile»:
Partendo da un’affermazione di Baget Bozzo sulla stessa rivista secondo la quale è ormai necessario passare ad una valutazione oggettiva, non fascista né antifascista, del fascismo, il Del Noce, dopo aver brevemente dimostrato l’inadeguatezza a tale fine delle correnti “internazionali” del fascismo, ha chiaramente e convincentemente affermato la necessità di muovere, per effettuare questa valutazione oggettiva, dall’indagine del “momento culturale” del fasci¬smo stesso.
Da qui nasceva la riflessione che avrebbe portato De Felice, nel 1965, al primo volume della sua grande biografia mussoliniana. Come si vede, le idee sono come messaggi in una bottiglia: talora giungono a destinazione.

domenica 24 maggio 2009

Giornata della memoria ? No, della miseria.

Davide Giacalone
Pubblicato il giorno: 24/05/09
Intervento
Mascariato lui, ntrallazzata l’Italia. Non sfugga il valore simbolico: il partito di Leoluca Orlando Cascio ed Antonio Di Pietro che commemora Giovanni Falcone. Non sfugga il gusto delle altre rievocazioni. Solo la prostituzione della memoria può rendere possibile un simile spettacolo. E non mi riferisco solo a che Orlando Cascio fu pubblico accusatore di Falcone, perché quella è vergogna inestinguibile, ma oramai sterile. Il marcio è assai più vivo.
Il partito dei magistrati esibizionisti, incapaci e ciarlieri, quelli che per non essere sbattuti fuori dalla magistratura si buttano in politica, si riunisce sotto la foto di un magistrato che non fece mai politica e che le correnti della stessa magistratura prima massacrarono e poi squartarono. Non è faccenda che riguardi solo quella holding immobiliare, quotata nel mercato elettorale, e che si richiama a valori varianti fra i bollati e gli inguattati, questa è pratica antica, avviata da comunisti che di Falcone vollero la testa e poi finsero di piangere il corpo esploso.
Viviamo ancora nell’Italia in cui si pende dalla bocca del Brusca che azionò il telecomando, a Capaci. Da lui, disonorato assassino di bimbi, si vuol sapere con quali uomini di Stato trattava la mafia. Gli hanno chiesto come faceva a conoscere il contenuto del “papello”, scritto dall’analfabeta Riina. Ha risposto: l’ho letto su Repubblica. Un “pentito” prezioso, più che altro una scimmietta ammaestrata. Viviamo nell’Italia in cui ho denunciato l’allucinante posizione di Carmelo Canale, che Borsellino chiamava «fratello» e che è stato triturato da accuse di mafiosità. È stato anche assolto, ma lentamente, con motivazioni che ancora tardano. Per impedire che la storia sia raccontata, per inquinare la memoria, per non chiedersi come mai Orlando Cascio si scagliò contro Antonino Lombardo, cognato di Canale, innescando le ultime ore della sua vita.
Ogni volta che si commemora Falcone ho l’impressione che gli si scavi una buca sempre più profonda, in modo da buttarci la sua vita, la sua storia ed il grido di verità che ci si strozza in gola. Poi coprire tutto, per la pace e l’omertà eterna.
Tutti dalla parte di Falcone. Ma se così fosse stato com’è possibile che quell’uomo sia morto da sconfitto? Fedele servitore di istituzioni che gli si rivoltavano contro. Se lui era il più bravo ed il più capace com’è possibile che i suoi nemici pubblici e dichiarati, a cominciare da Magistratura Democratica ed Orlando Cascio, siano divenuti i portabandiera dell’antimafia militante? E non basta: Falcone fu ammazzato nel mentre collaborava al ministero della giustizia, visto che gli avevano tolto il resto. Capo del governo era Andreotti, ministro Martelli. Se Falcone era bravo come oggi dicono, com’è possibile che si sia messo a collaborare con un potere poi accusato d’essere connivente con la mafia? I nemici di Falcone sono gli stessi che impostarono il processo ad Andreotti. I sostenitori del teorema accusatorio non volevano che Badalamenti potesse deporre, ed a prendere quel mafioso doveva andare Lombardo. Fu fermato e nessuno ci andò. Pensateci, ma senza giungere a conclusioni affrettate, che di propagandisti è già piena la piazza.
E, dopo averci pensato, mettete a paragone l’angoscia che vi ha preso con la serena irrilevanza delle commemorazioni ufficiali. Prendete quelle e collocatele nel tempo in cui Brusca ancora parla. E Orlando Cascio si candida a garante dell’informazione tv, affiancando il magistrato che ha ripulito l’Italia politica. Su tutto questo, infine, mettete la corporazione togata, rappresentata da una sindacato che più corporativo non si potrebbe, l’Anm, che, per ricordare Falcone, ha scelto una frase di Gadhi: «Il mondo di oggi ha bisogno di persone che abbiano amore e lottino per la vita almeno con la stessa intensità con cui altri si battono per la distruzione e la morte». Meravigliosamente riassuntiva del niente, del vuoto pneumatico che assedia il loro cuore.
La memoria è un bene prezioso, è un’arma potente. L’amnesia colpevole è la cancrena della nostra vita pubblica. Per questo l’ennesima giornata commemorativa è, nella sua miseria, simbolica e riassuntiva dell’immoralità.
www.davidegiacalone.it

mercoledì 20 maggio 2009

E giù mazzate a Silvio

Davide Giacalone
Pubblicato il giorno: 20/05/09
Comunque la si voglia girare, la vicenda legata alla condanna, in primo grado, dell’avvocato Mills è un segno d’imbarbarimento e decadimento ulteriore della nostra vita civile. Non era facile, ma ci siamo riusciti. Da qui in poi si faranno tutti del male e ciascuno prenderà per sé una parte rilevante di torti. Vale per la giustizia, per la sinistra e per il governo. Vediamoli uno ad uno.
Il fatto è noto: dovendo giustificare dei soldi incassati, e non volendoli spartire con i soci di studio, David Mills, avvocato inglese, affermò, nel 1997, di averli ricevuti da Berlusconi, ma non per una prestazione professionale, bensì per raccontare frottole ai magistrati italiani. Lo scopo sarebbe quello di nascondere i legami di Fininvest con società finanziarie off shore. Lo interrogano, nel 2004, e prima conferma tale versione, poi esce dalla procura di Milano e quasi sostiene d’essere stato torturato, smentendo. Nel 2006 arriva la richiesta di rinvio a giudizio. Nel 2009 Mills conferma di smentirsi, raccontando che quei soldi li ha ricevuti da altri. Il 17 febbraio i giudici milanesi lo condannano e ieri depositano le motivazioni. Ovvio che, se lui è un corrotto, Berlusconi è un corruttore. Salvo che, per i fatti relativi alla presunta corruzione, Berlusconi stesso fu prima condannato e poi assolto, in via definitiva.
La giustizia ne esce a pezzi. Sia per i tempi, ancora una volta incivili, talché occorrono cinque anni per arrivare ad una sentenza di primo grado, quando la civiltà della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ne reclama fra i quattro ed i sei, al massimo, per quella definitiva. Ne esce a pezzi anche per la solita, pessima consuetudine di trasformare le motivazioni in trattati (...)
(...) politico-sociali, con prolisse considerazioni che finiscono con l’indicare come colpevoli anche quelli che si assolvono, o, addirittura, come in questo caso, anche quelli che neanche si processano. Mescolando i due problemi, tempi intollerabili e prosa colpevolista, si inquina pesantemente la vita pubblica e si lascia che tutti parlino di “sentenze” e colpevolezze, quando, invece, non solo il processo è ancora in corso, ma la probabilità che il giudizio sia riformato è, statisticamente, elevato.
La sinistra va ancora fuorigioco. Ha cominciato a capire che il giustizialismo colpevolista non porta né voti né fortuna, ma ha praticato il vizio per talmente tanto tempo e con tale esasperata ripetitività che, adesso, sono i suoi stessi alleati a giovarsene. I voti, insomma, si sposteranno, ma dentro l’area dell’opposizione. Gli avversari lo sanno, quindi utilizzeranno la novità giudiziaria come un evergreen, capace di restituire l’ebbrezza degli esordi. Della serie: toghe rosse due, la risconfitta. Inoltre, è sciocco plaudire a che il presidente del Consiglio riferisca in Parlamento, perché quando sosterrà d’essere innocente non è che si potrà trasformare l’aula parlamentare in giudiziaria, quindi, dopo avere consegnato una tribuna importante al giustizialismo dipietresco, saranno costretti a dire che si attende la sentenza definitiva. E campa cavallo. Puerile chiedere: “si faccia processare”, perché l’unico verdetto che vale arriverebbe fra due legislature.
Neanche il governo ne esce bene. Intanto perché fummo facili profeti nel dire che la non processabilità delle alte cariche istituzionali (lodo Alfano) lungi dallo svelenire il clima si sarebbe prolungato per anni il dibattito pubblico sulle faccende giudiziarie, sicché, a seguito della prima condanna di Mills, il capo del governo non è al riparo, ma esposto. Poi, perché i mali della giustizia italiana sono così drammaticamente evidenti da rendere altrettanto visibile la responsabilità di chi non vi pone rimedio. Vale per la legislatura dal 2001 al 2006, passata invano, e vale per l’attuale. Fin qui.
Il nostro vivere civile sprofonda perché è necessariamente lordo un sistema in cui le sentenze vivono come annunci giornalistici, spessissimo smentite da altri giudici, e, conseguentemente, sono lette, dalle rispettive tifoserie, come alabarde con cui infilzare gli avversari. Nessuno ci crede, insomma, nessuno le prende sul serio, né chi fa finta di non sapere che un primo grado lascia intatta la presunzione d’innocenza, né chi le sfida come fossero mozioni del partito avverso. In un sistema funzionante non il condannato, ma direttamente il sospettato si dimette e si difende in tribunale. Se lo facesse, da noi, sarebbe l’unico pirla che crede nella giustizia, visto che la nostra storia è piena di scandalosissimi esempi d’innocenti che hanno subito la condanna al silenzio durante i lunghi ed incivili anni dell’inutile inquisizione.
Giratela come vi pare, dunque, ma questa è l’ennesima conferma di una vergogna nazionale.
www.davidegiacalone.it

domenica 17 maggio 2009

Maroni "obbedisca" all'Onu-Faccia come Zapatero

L’Onu ci intima di riprenderci i migranti respinti e d'interrompere i respingimenti, altrimenti ne saremo responsabili. Boom!!! E allora?Consiglio ad ogni buon conto al ministro Maroni di“obbedire” e fare come il Premier Josè Luis Zapatero, ossia dia ordine alle motovedette di sparare sui barconi, perché così facendo l’ Onu tace.In alternativa sulla spiaggia di Lampedusa innalzi una bella barriera di filo spinato alta sei metri, con trappole anti-clandestini al peperoncino, militari armati che sparano sui migranti e cani feroci che li azzannano. Perché così facendo l’Onu non proferisce verbo.In questo caso l’alto commissario non considera responsabile delle conseguenze della sorte di centinaia di migranti respinti nel deserto e gettati nelle mani delle feroci guardie marocchine, né la Spagna né Il suo Governo.Macchè l’Alto commissario in questo caso specifico si fa un pisolino, e al risveglio volge il suo sguardo vigile sulla Italia razzista e xenofoba.D’altronde chiedere all’Onu di far rispettare i diritti umani nei paesi dove VERAMENTE vengono vergognosamente e sfacciatamente violati è come chiedere ad bimbo di sei anni di pilotare lo shuttle.Per caso i caschi blu sono riusciti ad arginare il genocidio in Ruanda? Macchè stavano a guardare, perfettamente armati di fucili e mitragliette, lo smembramento a colpi di machete di un 1.000.000 di Tutsi, da parte degli Hutu, in 100 giorniE a Srebrenica? I Caschi Blu erano anche lì, senza per altro impedire che circa 10.000 bosniaci venissero giustiziati dai serbi di Ratko Mladic in una zona che l’Onu aveva dichiarato sotto la propria tutela. Addirittura, i Caschi Blu incaricati di proteggere i civili finirono per collaborare alla divisione tra uomini e donne previa alla mattanza, “per tenere la situazione sotto controllo”. Se non fosse per il bagno di sangue, ci sarebbe da ridere.Infine l’opera omnia dell’incapacità dell’Onu: il Darfur. Nel 2006 l’Onu propose di mandare in loco 20.000 Caschi Blu il governo sudanese disse che gli avrebbe sparato addosso, e l’Onu soprassedette con la coda tra le gambe. Dopo lunghe trattative nel dicembre del 2008 sono stati inviati in zona oltre 15.000 Caschi Blu. E’ cambiato qualcosa?Nulla il disastro umanitario procede senza intoppi e l’aver dichiarato Al-Bashir criminale di guerra ha fatto “preoccupare”l’Onu e sganasciarsi dalle risate il medesimo Al-Bashir (ma veramente questi ridicoli burocrati credono di fermare questi tiranni genocidi a colpi di carte bollate?) Non solo ma nel Sud del paese i Caschi Blu della missione Unmis sono stati accusati di abusi sessuali ai danni di minori, da almeno 20 vittime. Simili accuse sono state anche in Congo dove era nata anche l’etichetta di scandalo Sex for Food, per il cibo che veniva dato agli affamati ragazzini e ragazzine in cambio delle “prestazioni” e in Liberia, Haiti e Timor Est.Quindi qual’è la brillante idea dei capoccioni Onu, visto che sono totalmente incapaci di far rispettare i diritti umani (persino ai propri uomini) nei paesi dove vengono violati, promuovere lo spostamento di quelle popolazioni in Italia e paesi limitrofi? Berlusconi faccia come Bush, mandi questi cianfroni dei diritti umani a quel paese.
Needle

Chiedo asilo politico lontano da questo Paese.

Anna Corradini Porta
Pubblicato il giorno: 17/05/09
Intervento
Ho deciso di chiedere asilo politico. Ma non sei perseguitata, potreste farmi notare, non vivi sotto un regime dittatoriale, nessuno ti picchia, ti minaccia. E chi l’ha detto? Come lo chiamiamo lo stillicidio giornaliero del battibecco politico? La sinistra con i suoi continui attacchi, le sue accuse sempre più campate in aria, i suoi veleni, i suoi killer mediatici e televisivi, il suo odio inesauribile per Berlusconi mi ha sfinito, peggio che se m’avessero menato. Un altro telegiornale con Franceschini e mi faccio ricoverare in rianimazione. Per non parlare di Annozero, Ballarò, l’Infedele e meno male che non c’è più Mentana ad aggiungerci del suo, perché di faziosità mi sto ammalando e se penso che per questa epidemia, che scorre nei tubi catodici, pago anche l’abbonamento, mi sale la febbre.
Non posso consolarmi neanche cambiando canale, perché metti che mi capiti Emilio Fede e sono fregata. Sarà anche una cara persona, ma le sceneggiate dei suoi telegiornali, che pure mi strappano qualche risata, a lungo andare mi annoiano e mi fanno incavolare perché vorrei avere notizie più precise senza recite fuori testo. Per non parlare della televisione di intrattenimento, è tutto un quiz, si sparano pacchi a destra e sinistra, si fanno domandine tendenziose ai concorrenti che vincono milioni o vanno a casa in lacrime, con la borsa vuota e i sogni infranti. Imbonitori d’ogni genere ti ossessionano con i loro urli, la loro parlata romanesca, la loro paciosa burineria. Poi ci sono i programmi “digestivi”, quelli del dopo cena, che ti offrono generalmente due possibilità, o un film non più giovanissimo, massacrato dalla pubblicità, o una serie di polizieschi dove ti scodellano morti ammazzati nei più brutali dei modi. Che ti piaccia o no ti fanno assistere alle autopsie, in genere riservate agli addetti ai lavori.
Se vuoi un programma interessante devi aspettare la notte e poi fare l’alba per vedere come va a finire. E anche questo mi da un po’ ai nervi, non sarà una dittatura quella televisiva, ma qualche volta si avvicina. Perché guardi la televisione potete chiedermi, perché non leggi un libro, perché per il mestiere che faccio questo sacrificio mi tocca e perché inesorabilmente, ci piaccia o no, dalle sue spire si è risucchiati. Ma non è solo per quello che vi ho raccontato fin qui che voglio chiedere asilo politico, a chi poi non lo so, visto che i pirlotti detti ormai “porte aperte” siamo solo noi. Mi piacerebbe la Spagna, perché mi affascina il flamenco, mi piacciono i toreri e la chitarra, ma pare che Zapatero abbia dato ordine di sparare su eventuali migranti. Di Malta non se ne parla nemmeno, tutti quelli che arrivano dalle sue parti li ributtano in mare, direzione Italia. Potrei bussare alle porte del Vaticano, io amo la chiesa e ho una grande ammirazione per il Papa, però quelle porte non si sono mai aperte ad accogliere nei bei cortili tendopoli di poveri di casa nostra, di terremotati senza un tetto, di extracomunitari alla fame, io dunque avrei pochissime chance di farmi ospitare. Però fremo dalla rabbia, dalla voglia di allontanarmi dalle fastidiose dichiarazioni delle signore Miriam Bartolini, ex Veronica Lario e quasi ex moglie di Berlusconi e Monica Guerritore, tutte e due incavolatissime perché Libero ha pubblicato le loro foto nude o quasi, come mamma le ha fatte. Ma scusate, gentili amiche, venite tutte e due dal mondo dello spettacolo e quindi in qualche modo siete personaggi pubblici, le vostre foto sui giornali non fanno scandalo, a meno che non siano di un certo tipo. Chi ve l’ha fatto fare, scusate, di farvi immortalare in quel modo? Non credo, signora Guerritore, che lei si sia prestata per quegli scatti al solo scopo di porre poi le sue foto sul comodino di suo marito. Sono state fatte per essere pubblicate e Libero lo ha fatto. Io, per esempio, che non mi sono mai fatta fotografare nuda da nessuno, questo rischio non lo corro.
Anche lei Miriam, pur se in nome del teatro, le tette le ha messe al vento, penso che avrebbe potuto recitare ugualmente anche vestita, o era proprio necessario? Quando ha mostrato le sue belle forme più di vent’anni fa sul palcoscenico, interpretando con Salerno Il magnifico Cornuto, erano tempi in cui poche attrici osavano tanto, fosse stato oggi sarebbe diverso, ma allora era un atto coraggioso e come tale è stato immortalato. Adesso però non continuate a lamentarvi tutte e due, mi sembra una lagna un po’ ipocrita, oltretutto tardiva.
L’elenco delle cose che mi spingono verso la richiesta di asilo politico sono infinite, ne ho solo citate alcune, ma penso a quanti motivi avrebbe Berlusconi per allontanarsi da questo paese che lo ama e lo odia, o diciamo lo invidia perdutamente. Se non altro per voltare le terga al martello elettrico della sinistra che da anni gli sta facendo due palle così. Cavaliere, accetti un invito, mi faccia da Cavaliere e chieda asilo politico con me, non importa se i compagni che stanno dall’altra parte le hanno dato del ladro, del pedofilo, del buono a nulla, dell’esaltato, del ridicolo, del bugiardo, dello sciupafemmine, io la stimo e con me la maggioranza degli italiani. So che lei ama le barzellette, io le poesie, passeremo il tempo a raccontarcela, lei mi dirà le sue storielle, io le reciterò Catullo, Prèvert, Lorca, Quasimodo.

mercoledì 13 maggio 2009

Segnalazione

Daniele Capezzone, Democrazia istantanea. Velocità e decisione: quello che anche alla sinistra converrebbe imparare da Berlusconi, Rubbettino, 2009

http://www.legnostorto.com/index.php?option=com_content&task=view&id=25023

martedì 12 maggio 2009

Da Panorama.it Forum.

"adova, 11 maggio 009.

- “Il Sorpasso”.
Finalmente ce l’abbiamo fatta. Abbiamo incartato la superbia egemonica komunista. I “clandestini” sono rimandati a casa loro. Ci voleva poi così tanto dal realizzarlo ? Ora continuiamo a tenere ben diritto il timone della nostra Nave e stiamo attenti al contro-canto delle Sirene che verrà.
Qualcuno di voi, forse i più maturi, si ricorderanno di quel film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Claudio Gora, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Linda Sini. Era Il confronto di due generazioni nel territorio neutro di una giornata di vacanza. Il nostro risultato politico-sociale non è né un territorio neutro, né un film. Si trattava di salvare la nostra Sacra Patria, l’Italia, dall’invasione barbarica. Solo a chi avrà diritto all’asilo politico potrà entrare sul Suolo Italico.
Arrivati a questo punto, mi spiace deludere qualcuno, ma non mi interessano e non mi tangono le diatribe politicanti e clericali in corso d’opera. Questioni di Lega o non Lega, Cei o non Cei, Sinistre estreme o Sinistre moderate. Non mi interessa che si dicano idiozie del tipo <<…l’Italia multietnica esiste già….anche quella multiculturale….>>. Secondo me, c’è confusione nel dare senso e concretezza alla parole. Per esempio, cosa significa “multiculturalismo “ ? Se si considera culturale lo sposare più donne contemporaneamente, se si considerano culture le mutilazioni genitali fatte alle donne, allora no, non può esserci integralismo, multietnia. Tutta l’integrazione finisce a "schifio", tutto diventa ipocrisia, pietà mercenaria venduta sottocosto.
Qualcuno mi spiega quali culture ci hanno apportato i cosiddetti “multietnici” scesi in massa per conquistare le nostre terre e le nostre città ? Attenti quindi a pronunciare parole che non si conoscono bene. Non facciamo discorsi da pseudo intellettuali che vanno bene per i Vattimo di turno, o per trasmissioni (fra le tante) adatte a giornalisti estremi alla Santoro, ai Vauro, alle Dandini, fino alle D’Amico con la sindrome da "pin-up" desnuda, da copertina o da gossip. Perfino "TreOssi" Fassino, in un momento di lucidità ( o confusione ?) l’ha capito che continuando l’accoglienza totale di cani e porci, c’era il pericolo di cadere nella barbarie civile, morale, etica, giullaresca. Da vergognarsi come Belpaese e farci prendere in giro dall’umanità intera. Ora basta sbarchi, perdio.
Siete sicuri cari Soloni del sapere con la “ K “ all’occhiello che siano culture gli stupri alle nostre donne, i soprusi, gli atti delinquenziali sugli anziani, l’uso smodato di droga od alcool ingeriti dagli immigrati di qualunque nazionalità ( ma non solo da loro) che raggiungono lo stato comatoso quando guidano ubriachi con o senza patenti tanto da diventare degli assassini ? Sono culture gli accoltellamenti compiuti fra loro stessi e gli altri ? La chiamate “cultura" l’odio, la paura esistente sulle nostre strade, per la loro presenza ? Si è vero che ci hanno dato una mano nel fare quei lavori umili da manovali, da lavapiatti non più graditi all’italica gente divenuta improvvisamente benestante ( !) con la puzza sotto il naso senza averne il “pedigree” necessario, le caratteristiche, perché istigati da quei “kapipopolo” intrisi di ideologia Sinistra e Sovietica fino a che è resistito il muro di Berlino, poi finalmente abbattuto. Il fenomeno delle cosiddette ripetute “morti bianche” non è nato per caso, signori miei ( vero Sindacati ?) ma per il degrado della nostra società civile dentro la quale è fiorita rigogliosa la gramigna anche nelle piccole imprese per l’indottrinamento ricevuto dai militanti Rossi, costrette ad assumere individui stranieri impreparati ma con tessera sindacale partitica.
Il “Sorpasso” ufficiale, la svolta storica l’ha dichiarata alla luce del sole e delle telecamere, il nostro risorto Presidente del Consiglio “Urbi et Orbi”, il giorno 9 maggio c.a. facendo chiarezza, grazie anche alle capacità del Suo Ministro degli Interni, Maroni, andato a comprarsi, con l’esborso di sonanti “euro”, le grazie di quel mercenario miserabile beduino Libico, il diritto di fare della propria Patria, il suolo sacrosantamente ed inequivocabilmente italico a tutti gli effetti.
A proposito ho saputo che lo vogliono insignire di una laurea ”Honoris Causa” in quel di Sassari ( ?). Pazzesco se vero ! Non sono riuscito a capire però quale sia l’”0nore” e quale la “Causa” dell’insano gesto. Che c’entri Soru per caso ?
Quanta bile dovrete versare questa volta, cari komunistoidi; dalle Turco, ai Bertinotti, ai Ferrero, ai Diliberto, ai Giordano e perché no, ai Napolitano, ai D’Alema, ai Franceschiello, ormai assunto stabile dalle FF.SS. ? Non me ne vogliate. Ingoiate, per una volta, un pò di verità vera.
Unico dubbio che rimane è quello di augurarsi la fermezza del governo in carica, affinchè passi la legge sulla Sicurezza e i Ministri continuino ad applicare verso il popolo sovrano , equamente, i principi dell’imperativo categorico come insegnatoci dal grande filosofo Immanuel Kant con la Sua Ragion Pratica.
Tutto qui, non vale la pena andare oltre. Altre “penne” ben più accreditate della mia sapranno spiegare sugli articoli dei giornali , quanto è stato fatto finora e quanto ci sarà ancora da fare per il bene dell’Italia; fino a che “schiatti ” anche l’ultimo dei “ Soviet ” sulla terra, onde dichiarare il “komunismo” fuorilegge come il "nazismo". Sì, dicevo “Schiattare” nel significato pieno della parola come spiegato sull’Oli-Devoto che qui riporto: "crepare dalla rabbia" ( ma senza rancore, è ?)
lapolide.

Da Panorama.it Forum.

lunedì 11 maggio 2009

Il volantino della CdO sulle elezioni

Elezioni europee - 6/7 giugno 2009

Difendere la libertà,
sostenere la responsabilità


In Europa non è in gioco solo la definizione di qualche regola di mercato per superare la crisi economica, ma la possibilità stessa di un'esperienza umana fatta di libertà e di creatività personale e comune. L'80% delle leggi italiane è l'attuazione di norme decise dall'Unione europea, che sono sempre più caratterizzate dal rischio di regolamentare la vita dei cittadini limitando l'espressività della persona e dei corpi sociali.

L'Europa potrà affermarsi solo riconoscendo la persona nella sua unicità irripetibile e nella sua libertà, capace di generare creatività e carità, fiducia e lavoro.

Seguendo il principio di sussidiarietà l'Unione Europea deve sostenere le condizioni necessarie perché la gente possa esprimere il suo desiderio di verità, di giustizia e di bellezza, valorizzando le proprie tradizioni storiche, religiose e culturali. Più i cittadini contribuiscono a rendere la realtà sociale una dimora umana, più l'Europa diventerà uno spazio di libertà creativa, capace di instaurare un dialogo fecondo di pace e di sviluppo con tutti gli altri popoli.
La tendenza ad una progressiva limitazione della libertà colpisce anche una delle realtà che con la sua presenza è fattore di speranza per tanti: la Chiesa. Perciò, difendere in Europa la libertas Ecclesiae è difendere la libertà e il futuro per tutti.

- L'educazione è una priorità fondamentale e chiede quindi maggiore impegno a incrementare gli investimenti per la crescita dei giovani, nella certezza che da essi dipende il futuro della società.

- La tutela della vita dall'inizio alla sua fine naturale e la difesa della famiglia tradizionale sono principi non negoziabili.

- Poche ma efficaci regole per garantire un mercato che non diventi preda di speculazioni finanziarie, una collaborazione internazionale che non cada nella trappola del protezionismo, un sistema bancario che abbia come compito il sostegno alle famiglie e alle imprese: le istituzioni politiche europee sono chiamate a favorire questi obiettivi per una ripresa dell'economia secondo il principio di sussidiarietà.

Di fronte alle sfide drammatiche della vita, migliaia di persone testimoniano ogni giorno attraverso il loro impegno, le loro sofferenze e il loro lavoro, una speranza che consente di affrontare grandi difficoltà senza mortificare il desiderio di felicità. Il relativismo (per cui tutto è uguale) e il nichilismo (per cui nulla vale) vanificano, invece, la responsabilità di fronte al destino dell'uomo, rendendo grigia la nostra società.

Per questo sosteniamo chi in Europa mette la politica al servizio di persone libere, responsabili e solidali, in particolare chi in questi anni ha testimoniato una diversità in atto dentro il Parlamento Europeo, avendo come punto di forza non la difesa teorica di “valori”, ma l'attenzione alle persone nella concretezza della loro umanità e delle loro opere.

Compagnia delle Opere

domenica 10 maggio 2009

L’abbraccio Calabresi-Pinelli non cancella le colpe dei terroristi

Scritto da Davide Giacalone
domenica 10 maggio 2009
...I giorni della memoria sono il festival dell’amnesia. Le cerimonie quirinalizie non sono solo inutili, sono fuorvianti. Il conformismo acefalo aiuta a far credere, occupando pagine e teleschermi, che il problema della storia italiana sia riconciliare due vedove o acquisire il perdono dei “familiari delle vittime”, categoria che esiste nella legge islamica, mentre qui serve solo a confondere le idee.
Ma se ci sono fatti che, risalendo a quaranta anni fa, attendono ancora d’essere raccontati, se su quelli ancora non s’è raggiunta la “pacificazione”, è segno che non si tratta di vicende giudiziarie o di lutti privati, bensì della non digerita guerra civile.L’Italia fu pensata e fatta da minoranze, nel Risorgimento. Furono due minoranze a scontrarsi nella guerra civile a testata multipla, che accompagnò la fine del fascismo: quella repubblichina e quella partigiana, con la seconda a sua volta protagonista di una guerra interna, con tanto di morti ammazzati. Il tema di fondo della storia unitaria è la legittimità del potere, il non riconoscimento reciproco. Chi soccombe non prepara la rivincita, ma dichiara guerra perché considera il vincitore un usurpatore.Gli anni ’60Negli anni sessanta la guerra civile è tornata, alimentata dalla guerra fredda, dal nostro essere un Paese di frontiera (fra i due blocchi), largamente penetrato dai servizi segreti d’ambo le parti. I giovani che, da comunisti, si sono trasformati in carnefici hanno imbracciato le armi per continuare la Resistenza, a sua volta immaginata come vindice del Risorgimento tradito. Nelle loro mani si sono trovati i mitra delle brigate partigiane, nelle loro teste i miti avariati di una storia fasulla. E sono andati ad ammazzare, ma anche a morire. Come i giovani repubblichini. In questo sì, c’è un’eguaglianza.Non erano soli, c’erano i servizi segreti dell’est, c’erano i terroristi palestinesi, c’era la guerra alla democrazia occidentale, a far loro da sponda. E ci fu chi ne approfittò per sperare di fermare il tempo, limitando la democrazia a forma dentro cui conservare la sostanza di interessi forti e cultura ammuffita. Il linguaggio delle stragi, dei bombaroli con croce celtica, non parlava al popolo, ma alimentava i messaggi in codice sui limiti oltre i quali la democrazia italiana non poteva spingersi. Il muro di Berlino era lì, per niente pericolante.Non provo nemmeno a liquidare quella storia in poche righe, ma non si creda che il problema sia riconciliare la signora Pinelli con la signora Calabresi, giacché non lo è nemmeno far convivere la memoria dei mariti. Quella storia non si chiude, rimane una piaga aperta, perché abbiamo continuato ad occultare la sua origine e le sue tappe fondamentali.
Piazza FontanaCerto, la strage di Piazza Fontana, ma anche l’isolamento di Calabresi. La morte irragionevole di Pinelli, fermato per seguire la bufala della pista anarchica, ma anche le coperture ai gruppi che uccisero il commissario, e tantissimi altri. È una lunga storia di guerra civile, combattuta senza popolo. Una guerra vera, con morti veri, ma che si propagava come radiazione fossile delle bugie pregresse, e si alimentava di quelle contemporanee. Quelle che imponevano la non trasparenza del potere democratico, quelle che rendevano possibile l’esistenza di Gladio e, contemporaneamente, del lodo-Moro, grazie al quale i terroristi palestinesi potevano liberamente utilizzare il nostro Paese come base logistica.L’intreccio portava ciascuno a ritenere non pienamente legittimo l’altro, pur non potendone fare a meno. Questa è la matrice dei lunghi rapporti fra Dc e Pci. Se la memoria si celebrasse sul serio, se non fossimo alla fiera della bugia e dell’ipocrisia, faremmo i conti con questa realtà, e con le responsabilità dei viventi.Invece, facciamo quello che l’Italia peggiore ha sempre fatto: nega se stessa, imbroglia sulla propria natura, scambia il perdono con la pace, racconta fanfaluche storiche e mette i sigilli del potere sulle celebrazioni ufficiali, destinate a marmorizzare il depistaggio. In attesa che una nuova generazione d’imbecilli ci creda, e ci si suicidi.www.davidegiacalone.it

sabato 9 maggio 2009


Bonino,Guerritore, l'anima giusta e il corpo che si frusta

Quando il corpo si frusta, l'anima si fa giusta, dicono nel Veneto. "Quando l'anima l'e frusta a' diventa ciu che giusta" dicono in Liguria. Il concetto è sempre quello: le signore della politica e della cultura di sinistra, danno buoni consigli non potendo più dare cattivi esempi. Ieri sera ad Anno Zero Santoro ha tirato per i capelli una trasmissione stracca, guardona, comaresca, spiona e pettegola all'insegna della sete di mattanza antiberlusconiana. Argomento clou della serata era - manco a dirlo - il divorzio di Veronica da Berlusconi e la "papy soap".

Emma Bonino faceva la compunta nobildonna, modello Monsignor della Casa, lanciando stilemi e dettami di bon ton al premier, tutta indignata e scandalizzata (manco fosse uscita da una sagrestia) perché fa cucù alla Merkel, perché sente battute sulle gambe delle donne, perché il premier parla di "belle gnocche". Insomma, ora che è vecchia si comporta da Santa Maria Goretti, immemore di tutte le pagliacciate del suo capo Pannella quando si imbavagliava durante le tribune politiche di Jader Jacobelli, fumava canne a gogò in piazza Navona, candidava e faceva eleggere Cicciolina pornostar alias Ilona Staller in parlamento nelle loro liste, inaugurando (unico fatto nel mondo) una triste moda. Nessuno glielo ha ricordato durante la trasmissione, dove si è messa in cattedra per tutto il tempo, dando sulla voce all'avvocato Ghedini, il quale era solo in una gabbia di iene. Il colmo della ridicolaggine è stato quando c'è stata una zoomata sulla stella gialla che appuntava al petto, in ossequio alla trovata sulle presunte "leggi razziali" ad opera del governo, già decretata in estemporanea da Sua Pallidezza Dario Franceschini. Il gusto radicale per le iperboliche allegorie da Carnevale di Viareggio, evidentemente, continua...
Poi è stata la volta di Monica Guerritore che si è messa a recitare con voce impostata teatralmente, le intervista concesse a Maria Latella, di Veronica Lario con annessi lanci ANSA, manco fossero state poesie di Garcia Lorca. Quanto pathos sprecato, Monica! Si è già dimenticata quando da ragazzina forse ancora minorenne, o appena 18enne non disdegnava la compagnia di un uomo maturo come Gianni Agnelli? E Strehler (altro fascinoso signore maturo suo Pigmalione), che la lanciò nel ruolo di Anja ne "Il giardino dei ciliegi" di Cecov, se l'è scordato?

Conosco già la replica sinistronza: che c'entra? mica si vorrà paragonare il raffinato Avvocato o il Maestro Strehler a quello "psiconano" cafone del Berlusca. Vabbé, siamo alle barzellette di Giorgio Gaber: il sesso è di destra, l'erotismo è di sinistra.

Che fa ora l'ex bella Monica? Recita ad Anno Zero non Cecov o Strindberg, ma quel "capolavoro letterario" delle missive di Veronica Lario, manco fossero le ultime lettere di Jacopo Ortis. Ci sono poi i suoi filmetti porno-soft con Gabriele Lavia "Scandalosa Gilda", "Fotografando Patrizia") rintracciabili anche su Internet.Tutte opere d'arte anche queste?
L'ultima perlina la riservo alla direttrice dell'Unità Concita De Gregorio. Guardate un po' come tratta il giornale fondato da Antonio Gramsci. Altri tempi, altra razza di intellettuali. "Ma quel soldino che l'operaio usa per comprare i quotidiani della borghesia, è un proiettile che poi gli spareranno addosso", diceva Gramsci per convincere il suo popolo proletario a comprare solo la stampa di classe.
La De Gregorio, invece ha altri ...argomenti politici. Mostra il lato B, con una minigonna che arriva quasi all'altezza dell'inguine e ficca l'Unità nelle tasca del...retro. Chi mi ama mi segua - sembra essere lo slogan cul-turale. Cosa non si fa per qualche copia venduta in più! E tuttavia si sente in diritto di bacchettare le solite banalissime veline, laddove ormai è come sparare sulla Croce Rossa.
Beh, ragazze, siete invecchiate, d'accordo, ma eravate più simpatiche quando davate cattivi esempi, di quanto non lo siate adesso che elargite solo buoni (ma non richiesti) consigli. Un plauso invece all'equilibrio e alla moderazione di Barbara Palombelli che ha replicato a muso duro alla De Gregorio: "Certi processi si imbastiscono per tutti o non si fanno per nessuno. Io potevo farlo contro Craxi, contro Cossiga, contro Sircana (ndr: ex sottosegretario di Prodi) e non l'ho fatto". Evidentemente da navigata cronista qual è, la Palombelli sa bene che se si dovesse usare la lapidazione per i vizi privati dei politici della Ia e della IIa Repubblica, non basterebbero tutte le pietre di una cava mineraria.

giovedì 7 maggio 2009

Netanyahu? In quanto ebreo, è anche un porco.


Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli


Cari amici, l'immagine di questa cartolina è stata pubblicata dal giornale Al Watan del Qatar il 27 aprile scorso. La didascalia dice: "l'organizzazione mondiale della sanità lancia l'allarme sulla pandemia di febbre suina". Ve la mando perché mi ha profondamente infastidito. Perché, potrebbe chiedere qualcuno di voi? E' satira, come satira fai tu in questa cartoline. Già, il formato della vignetta la presenta come satira. Ma a me sembra piuttosto un insulto puro e semplice. Appiccicando a Netanyahu un naso suino (e mettendogli accanto una bella stella di Davide), che cosa si sta satireggendo? Qualche comportamento del premier Israeliano? Qualche sua dichiarazione? No, si dice semplicemente che lui è un porco (termine certamente ancor più spregiativo nel mondo arabo che in Europa), al massimo che è un porco in quanto ebreo. Un insulto razzista, e basta, senza alcuna argomentazione, analogo a quello formulato ieri dal presidente iraniano: "Gli occupanti sionisti sono dei microbi distruttivi - ha detto Ahmadinejad nel corso di una conferenza stampa congiunta con il presidente siriano Bashar al Assad - poiché il sionismo in sé è occupazione, aggressione, assassinio e annientamento". Nel linguaggio della propaganda iraniana, sionista in questo caso significa semplicemente ebreo. Io spero sinceramente di non aver mai scritto una cartolina "satirica" di questo tipo: mi sforzo sempre di ragionare, di offrire fatti e argomenti, anche quando uso parole forti.
Una piccola informazione in più, per valutare i fatti. Domenica scorsa si è svolto proprio in Qatar la cerimonia della premiazione del premio Onu per la libertà di stampa. La federazione mondiale dei giornalisti (IFJ) ha protestato, dato che in Qatar la libertà di stampa semplicemente non c'è. Tant'è vero che nella classifica della libertà di stampa che vi ho raccontato ieri, il paese è classificato al posto numero 143 su 185 e giudicato piattamente "not free". Ma il Qatar è sede di Al-Jazeera, la televisione araba più nota, che rivaleggia con le reti occidentali fornendo la propaganda degli islamisti: pensate che la stessa autorità palestinese ha protestato contro la sua informazione legata unilateralmente ad Hamas (ricordiamo la festa in onore del terrorista libanese Samir Kuntar assassino di bambini liberato da Israele, e anche la partecipazione di un suo giornalista come oratore alla manifestazione di domenica scorsa a Milano per il "diritto al ritorno" palestinese). Un paese che ospita una televisione di propaganda islamista è per l'Onu ben più libero dei posti dove i giornalisti scrivono quel che vogliono. E un vignettista che raffigura gli ebrei come porci ne è una prova in più.

lunedì 4 maggio 2009

03.05.2009 Che la vergogna piombi sulle loro teste vuote

l'augurio di Deborah Fait

E' passato Yom HaShoa' con la sua disperazione, sentimenti antichi di dolore, impotenza e quei tre minuti di sirena che straziano il cervello e il cuore.
E' passato Yom HaZikaron, la Memoria dei Caduti in Israele per guerre o terrorismo, con il suo dolore, le sue lacrime e i cimiteri.
E' passato Yom Hazmaut, la Giornata dell'Indipendenza con la sua esplosione di felicita' e fuochi d'artificio. Quest'anno festa doppia per i 100 anni di Tel Aviv, la prima citta' israeliana, la citta' che non dorme mai, la Citta' Bianca.

Una settimana di dolore che cade tra Pesach, la festa che celebra la nostra liberta' e Yom Haazmaut, la festa della nostra Indipendenza.
Ogni anno lo stesso scenario, ogni anno lo stesso dolore che non passa mai, ogni anno quelle sirene, Israele che si ferma e tutti a testa bassa colle braccia dritte lungo il corpo. Tutto questo fa parte della nostra vita, da un anno all'altro aspettiamo questi momenti per onorare i nostri morti, insieme, un intero popolo unito che si tiene idealmente per mano e piange al suono delle sirene. E succede solo in Israele.
Il mondo, per una volta, ci guarda con curiosita' e non col solito odio.
Forse non capisce questa fusione totale in un dolore comune e unico del nostro Popolo.
Forse, nella frenesia della vita moderna, non capisce tutte quelle macchine ferme in autostrada, nell'assoluto silenzio che accompagna lo strazio delle sirene, con la gente sull'attenti e a testa bassa vicino alle portiere aperte.
Sono tante le cose che il mondo non capisce di noi, per questo ci odia cosi' tanto.
Non capisce l'amore per la nostra Terra.
Non capisce il significato di esercito del Popolo.
Non capisce che i nostri figli vanno a combattere non per amore della guerra ma per difendere casa.
Non capisce che i palestinesi non vogliono un paese per loro ma sognano soltanto di rubare il nostro.
Un mondo nemico che permette a una delegazione iraniana a Ginevra di urlare "nazisionista" a Elie Wiesel che ricordo non perche' Nobel per la Pace, altri hanno ricevuto questa onorificenza diventata disonorificenza da quando e' stata data a brutti personaggi come Arafat. Elie Wiesel va ricordato per la sua statura morale, per i suoi libri, per la sua esperienza nei lager della morte quando aveva solo 13 anni.
E un impiegatuccio iraniano ha potuto urlargli , indisturbato, nazisionista tra gli applausi dei suoi compari, senza che nessuno facesse niente per farlo tacere.
Vedere, tra i lazzi, gli insulti e gli sberleffi dei neonazisti iraniani, la testa bianca e l'espressione attonita di Elie Wiesel mi ha ricordato l'immagine di quel vecchio ebreo del Ghetto di Varsavia che in ginocchio veniva bastonato dai nazisti e la sua espressione non era di dolore ma di sorpresa. Forse per questo motivo quando ho visto il filmato mi e' uscito dal petto un singhiozzo che assomigliava a un urlo.
Insomma niente cambia, non cambiano le celebrazioni della nostra storia disperata e non cambia l'odio della gente, non cambiano le bugie e non cambia la propaganda che si abbevera a Pallywood, la fabbrica della menzogne palestinesi, mai stanca, mai sazia, mai a secco di soldi.
Soldi che servono anche agli ebrei traditori del loro popolo. E' di oggi la notizia sul Jerusalem Post dell'accusa di antisemitismo al prof Robinson, un docente ebreo dell'Universita' della California che , per passare il tempo e , forse, per accontentare chi lo paga, ha mandato una email ai suoi studenti accusando Israele di essere nazista.
Ne parla ampiamente e magnificamente Ugo Volli nella sua rubrica "Cartoline da Eurabia" su Informazionecorretta percio' non ripetero' la storia ma faro' ancora una volta la mia domanda di sempre
PERCHE'?
Questa gentaglia sa che non e' vero, questi Robinson, Chomski, Hass, Gideon Levi, Ilan Pappe, Norman Finkelstein, Daniel Baremboim, questa genia di traditori avra' visto foto o filmati del Ghetto di Varsavia, avra' sentito qualche parente sopravvissuto raccontare, non puo' non capire la differenza che c'e' tra una guerra e uno sterminio con genocidio.
Non possono non sapere, tutto il mondo ha visto i documentari sui ghetti d'Europa, sui lagher della morte, sul destino degli ebrei d'Europa.
Perche' allora?
Questa gentaglia non puo' non sapere che sta mentendo spudoratamente!
E allora perche'?
I residenti di Gaza sono prigionieri di hamas, i palestinesi in generale sono prigionieri della loro classe dirigente che li tiene nei campi profughi per poterli convincere meglio che il nemico e' Israele e non loro, i capi, i boss, i dittatori.

Questa gentaglia deve smetterla di compiacere i compari antisemiti accusando Israele e definendo Gaza "un grande campo di concentramento".
Quale campo? Quale concentramento?
Hanno tutto, Israele li rifornisce gratis di ogni ben di Dio nonostante il continuo lancio di razzi. Hamas requisisce il "ben di Dio" per rivenderlo ai residenti. Non sarebbe ora di scriverlo a lettere cubitali?
Non sarebbe il caso di ripetere all'infinito che Hamas ha preso il potere con un colpo di stato
ammazzando centinaia di palestinesi di altre fazioni?

Questa genia deve smetterla di parlare di genocidio di palestinesi!
Quale genocidio?
Secondo l'Ufficio Palestinese di Statistiche la crescita annuale dei palestinesi e' tre volte superiore al resto del mondo.
Dal 1997 al 2007 la popolazione palestinese e' aumentata del 40%.
Quale genocidio!!!
Dal 1948 a oggi sono aumentati piu' di dieci volte!

Questa gentaglia deve smetterla di dire che Israele pratica l'apartheid!
Quale apartheid?
Gli arabi israeliani fanno parte della nostra vita, vivono come noi, frequentano i nostri cinema, teatri, piscine, scuole, universita', sono presenti in Parlamento e nella Corte Suprema.
Quale apartheid?
E gia' che ci siamo e sta per arrivare il Papa facciamo un paio di conti sui cristiani che vivono da queste parti:
A Betlemme i cristiani erano, nel 1990, il 60% della popolazione, oggi,dopo 19 anni, il loro numero e' arrivato al 9%. Nei territori ANP i cristiani sono scesi da un 15% all'1%.
Tutti scappati! E la Chiesa non protesta!
In Israele, i cristiani erano 34.000 nel 1948 e oggi sono arrivati a 140.000 nonostante la paura del terrorismo palestinese.
E per restare nell'ambito delle minoranze parliamo anche dei Bahai che hanno un meraviglioso Tempio a Haifa sul Monte Carmelo, Tempio protetto dall'UNESCO per la sua bellezza.
Israele e' l'unico paese in tutto il Medio oriente in cui i Bahai possono vivere indisturbati e rispettati e praticare la loro religione.
Vorrei dire ai vari professori Robinson, ebrei, e ai loro compari antisemiti, ebrei e non ebrei, che raccontare bugie e diffamare una democrazia costretta alla guerra dai sui vicini li paghera' per un breve periodo ma io spero che , quando si sveglieranno dal loro odio catarsico, provino rimorso per il resto della loro vita e vengano ripagati col disprezzo dei loro figli.
Per il momento che la vergogna piombi sulle loro teste vuote.

venerdì 1 maggio 2009

" Un vero liberal deve difendere Israele ".

Alan Dershowitz, un avvocato coraggioso che non si limita a frequentare solo i tribunali. Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 30/04/2009, a pag. 41, l'articolo di Alessandra Farkas dal titolo " Un vero liberal deve difendere Israele ".

NEW YORK — In Italia Alan Der­showitz è di casa dal 1974. Allora si recò nel nostro Paese per incontrare Umberto Terracini, dirigente del Pci d’origine ebraica favorevole a una politica più pro-Israele. Dopo 35 an­ni il giurista-scrittore di Harvard, pa­ladino dei diritti civili, torna a Roma con una missione: frenare l’ondata di odio anti-israeliano che, mette in guardia, «oggi non scaturisce più soltanto dalle forze estremiste».
La sua tournée italiana è stata or­ganizzata da Amy Rosenthal, docen­te di Relazioni internazionali al­l’American University di Roma e comprende anche un incontro con alcuni deputati, tra cui Fiamma Ni­renstein. L’occasione: l’uscita in Ita­lia del libro Processo ai nemici di Israele (Eurilink editore), dove Der­showitz mette sotto accusa l’intelli­ghenzia occidentale: «Intellettuali — spiega — come lo scrittore spa­gnolo Antonio Gala, secondo cui gli ebrei meritano un altro Olocausto se non abbandonano Israele».
Nella sua lista nera: l’ex presiden­te Usa Jimmy Carter (che ha scritto Palestine. Peace not Apartheid) e Stephen Walt e John Mearsheimer, autori di La Israel Lobby e la politica estera americana (Mondadori). «Mi preoccupa che la retorica anti-israe­liana più violenta non appartenga più a frange dell’estrema sinistra, ma al mainstream », precisa Der­showitz, che cita i Nobel Harold Pin­ter, Carter, José Saramago e De­smond Tutu, oltre a Noam Chomsky («studioso di fama mondiale»), ma non Norman Finkelstein, «spazzatu­ra che nessuno prende sul serio».
A Roma Dershowitz approda do­po i riflettori di Durban II, dove è sta­to allontanato quando si accingeva a sfidare il presidente iraniano Ahma­dinejad. «Ad applaudire con più en­tusiasmo le sue farneticanti esterna­zioni sull’Olocausto e Israele — accu­sa — erano purtroppo gli ebrei bar­buti del Neturei Karta. Un gruppo che auspica l’annullamento totale del sionismo».
L’ebreo antisemita: un ossimoro che lo tormenta. «L’odio anti-israe­liano è diventato una sorta di rito d’iniziazione. Per essere accettati nel­l’estrema sinistra agli ebrei si chiede di diventare più anti-israeliani degli arabi e più palestinesi dei palestine­si, buttando alle ortiche la propria eredità». Si tratta, teorizza, di un ri­torno all’Inquisizione, «quando era­vamo costretti a convertirci e a di­ventare più cattolici del Papa. Gli ebrei disposti a vendere l’anima al diavolo esistono da sempre».
Il suo assillo oggi è spiegare al mondo che non bisogna essere di de­stra per amare Israele. «Barack Oba­ma, Hillary Clinton, Ted Kennedy, Irwin Cotler ed io siamo tutti liberal e pro-Israele, come il resto della sini­stra moderata Usa». La sua coscien­za sionista è germogliata a William­sburg, il quartiere di Brooklyn dove è nato nel 1938 da una coppia di ori­gine polacca: Claire, computista, e Harry, fondatore della Young Israel Synagogue: «I miei erano ebrei orto­dossi ma moderni. Da piccolo gioca­vo a baseball e correvo dietro alle ra­gazze come i miei amici protestanti e cattolici. Oggi l’ebraismo è spacca­to in due tra ultraortodossi e laici: il tipo di quartiere dove sono cresciu­to io non esiste più in America».
A 14 anni aveva trovato il primo la­voro, alla Sohn Delicatessen, una fab­brica di insaccati kosher della Lower East Side. «Dovevo annodare lo spa­go tra un hot dog e l’altro e un gior­no rimasi chiuso nel freezer». Dopo la laurea in legge a Yale nel 1962, nel ’67, a solo 28 anni, diventa il più gio­vane docente in legge nella storia di Harvard, dove, tra gli ex alunni, an­novera Eliot Spitzer, John Sexton, Joe Klein, Barack e Michelle Obama. Difendere gli emarginati era nel suo Dna. Si fa strada come avvocato dei poveri e dei bistrattati, per esem­pio dei condannati a morte di colo­re. «La pena capitale è un’atrocità razzista che li penalizza. E solo quan­do la vittima è bianca». Ma tra i suoi clienti ci sono pure Vip ricchi e famo­si come Patricia Hearst, Mike Tyson, Michael Milken. «Certo, ma la metà dei miei assistiti non paga un cente­simo », ribatte. Di O.J. Simpson, as­solto col suo aiuto, dice che «non comparirà tra i processi del secolo accanto a Norimberga, ai coniugi Ro­senberg o Sacco e Vanzetti, e sarà scordato dalla storia».
Per assicurarsi l’immortalità ab­bandona spesso la toga di avvocato, per indossare i panni di scrittore pro­lifico, autore di ben trenta saggi, tra cui i bestseller Reversal of Fortune e
Chutzpah. «Scrivo ogni giorno dalle tremila alle quattromila parole. La mia segretaria le ha contate: un mi­lione l’anno, oltre 40 milioni in tut­to. Però non so usare il computer e scrivo solo a penna».
Dershowitz ha appena ultimato il suo terzo romanzo: The Trial of Zion,
un thriller legale che parte da un at­tentato terroristico per esplorare, attra­verso cinque fami­glie, il conflitto ebraico-palestinese in Terra Santa dal 1885 ad oggi. Nel 1994 aveva pubbli­cato Il demone dell’avvocato (Mon­dadori), il suo primo lavoro di fic­tion (la storia semiautobiografica di un avvocato alle prese con un clien­te colpevole e pericoloso) e nel 1999 Just Revenge, ispirato allo sterminio della famiglia materna durante l’Olo­causto. «Sono stato influenzato da Emanuel Ringelblum, che ha immor­talato l’esperienza nel ghetto di Var­savia nascondendo i diari in cartoni del latte sottoterra. E da Elie Wiesel, oggi mio caro amico. Non parlo solo de La notte ma anche de Gli ebrei del silenzio che mi spinse ad andare in Unione Sovietica e a lavorare dieci anni per gli ebrei russi». I suoi libri preferiti? « I fratelli Karamazov, An­na
Karenina, Il Principe di Machia­velli. E poi l’opera omnia di Philip Roth, Primo Levi, Amos Oz e Saul Bellow».
Alan Dershowitz oggi è anche un famoso blogger, per l’«Huffington Post», il «Jerusalem Post» e «Front Page». «Sull’'Huffington Post' scri­vono le migliori e le peggiori firme d’America: le più ridicolamente d’estrema sinistra reagiscono ai miei post con invettive antisemite inaudite. Ma va bene così, perché il mio mestiere è provocare». Una pas­sione, questa, che rischia di costar­gli due anni di carcere in Italia, dove è stato denunciato dal Gip Clementi­na Forleo per aver osato, in un’inter­vista del 2005, definire «vergogno­sa » la sua decisione di assolvere cin­que militanti islamici dal reato di ter­rorismo internazionale. «Il caso di­mostra come il sistema giudiziario italiano non contempli neppure la li­berta d’espressione. Ma il mio Paese non accetterà mai l’idea medievale che un cittadino Usa sia perseguito all’estero per un’opinione espressa in patria, dove il primo emendamen­to ne tutela la liberta di parola. Il di­partimento di Stato mi ha conferma­to che sono il primo americano del­la storia ad essere incriminato in Ita­lia per un’opinione espressa a casa mia».
Le pecche del Belpaese sono an­che altre. «Mi duole dover dire che è troppo morbido coi terroristi, e non parlo solo dell’'Achille Lauro'. Oba­ma sa di non poter contare sull’Italia come alleato affidabile nella guerra contro il terrorismo alla stregua di Francia e Inghilterra. Da voi e in Spa­gna, poi, il potere giudiziario è in mano a magistrati d’estrema sinistra che considerano i terroristi combat­tenti per la libertà».
La morale cattolica buonista? «Non c’entra. Al contrario, penso che il ruolo del Vaticano sia e conti­nui ad essere estremamente positi­vo sul versante dei diritti umani e ci­vili e della tutela dei poveri, immigra­ti e deboli in generale».