venerdì 1 maggio 2009

" Un vero liberal deve difendere Israele ".

Alan Dershowitz, un avvocato coraggioso che non si limita a frequentare solo i tribunali. Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 30/04/2009, a pag. 41, l'articolo di Alessandra Farkas dal titolo " Un vero liberal deve difendere Israele ".

NEW YORK — In Italia Alan Der­showitz è di casa dal 1974. Allora si recò nel nostro Paese per incontrare Umberto Terracini, dirigente del Pci d’origine ebraica favorevole a una politica più pro-Israele. Dopo 35 an­ni il giurista-scrittore di Harvard, pa­ladino dei diritti civili, torna a Roma con una missione: frenare l’ondata di odio anti-israeliano che, mette in guardia, «oggi non scaturisce più soltanto dalle forze estremiste».
La sua tournée italiana è stata or­ganizzata da Amy Rosenthal, docen­te di Relazioni internazionali al­l’American University di Roma e comprende anche un incontro con alcuni deputati, tra cui Fiamma Ni­renstein. L’occasione: l’uscita in Ita­lia del libro Processo ai nemici di Israele (Eurilink editore), dove Der­showitz mette sotto accusa l’intelli­ghenzia occidentale: «Intellettuali — spiega — come lo scrittore spa­gnolo Antonio Gala, secondo cui gli ebrei meritano un altro Olocausto se non abbandonano Israele».
Nella sua lista nera: l’ex presiden­te Usa Jimmy Carter (che ha scritto Palestine. Peace not Apartheid) e Stephen Walt e John Mearsheimer, autori di La Israel Lobby e la politica estera americana (Mondadori). «Mi preoccupa che la retorica anti-israe­liana più violenta non appartenga più a frange dell’estrema sinistra, ma al mainstream », precisa Der­showitz, che cita i Nobel Harold Pin­ter, Carter, José Saramago e De­smond Tutu, oltre a Noam Chomsky («studioso di fama mondiale»), ma non Norman Finkelstein, «spazzatu­ra che nessuno prende sul serio».
A Roma Dershowitz approda do­po i riflettori di Durban II, dove è sta­to allontanato quando si accingeva a sfidare il presidente iraniano Ahma­dinejad. «Ad applaudire con più en­tusiasmo le sue farneticanti esterna­zioni sull’Olocausto e Israele — accu­sa — erano purtroppo gli ebrei bar­buti del Neturei Karta. Un gruppo che auspica l’annullamento totale del sionismo».
L’ebreo antisemita: un ossimoro che lo tormenta. «L’odio anti-israe­liano è diventato una sorta di rito d’iniziazione. Per essere accettati nel­l’estrema sinistra agli ebrei si chiede di diventare più anti-israeliani degli arabi e più palestinesi dei palestine­si, buttando alle ortiche la propria eredità». Si tratta, teorizza, di un ri­torno all’Inquisizione, «quando era­vamo costretti a convertirci e a di­ventare più cattolici del Papa. Gli ebrei disposti a vendere l’anima al diavolo esistono da sempre».
Il suo assillo oggi è spiegare al mondo che non bisogna essere di de­stra per amare Israele. «Barack Oba­ma, Hillary Clinton, Ted Kennedy, Irwin Cotler ed io siamo tutti liberal e pro-Israele, come il resto della sini­stra moderata Usa». La sua coscien­za sionista è germogliata a William­sburg, il quartiere di Brooklyn dove è nato nel 1938 da una coppia di ori­gine polacca: Claire, computista, e Harry, fondatore della Young Israel Synagogue: «I miei erano ebrei orto­dossi ma moderni. Da piccolo gioca­vo a baseball e correvo dietro alle ra­gazze come i miei amici protestanti e cattolici. Oggi l’ebraismo è spacca­to in due tra ultraortodossi e laici: il tipo di quartiere dove sono cresciu­to io non esiste più in America».
A 14 anni aveva trovato il primo la­voro, alla Sohn Delicatessen, una fab­brica di insaccati kosher della Lower East Side. «Dovevo annodare lo spa­go tra un hot dog e l’altro e un gior­no rimasi chiuso nel freezer». Dopo la laurea in legge a Yale nel 1962, nel ’67, a solo 28 anni, diventa il più gio­vane docente in legge nella storia di Harvard, dove, tra gli ex alunni, an­novera Eliot Spitzer, John Sexton, Joe Klein, Barack e Michelle Obama. Difendere gli emarginati era nel suo Dna. Si fa strada come avvocato dei poveri e dei bistrattati, per esem­pio dei condannati a morte di colo­re. «La pena capitale è un’atrocità razzista che li penalizza. E solo quan­do la vittima è bianca». Ma tra i suoi clienti ci sono pure Vip ricchi e famo­si come Patricia Hearst, Mike Tyson, Michael Milken. «Certo, ma la metà dei miei assistiti non paga un cente­simo », ribatte. Di O.J. Simpson, as­solto col suo aiuto, dice che «non comparirà tra i processi del secolo accanto a Norimberga, ai coniugi Ro­senberg o Sacco e Vanzetti, e sarà scordato dalla storia».
Per assicurarsi l’immortalità ab­bandona spesso la toga di avvocato, per indossare i panni di scrittore pro­lifico, autore di ben trenta saggi, tra cui i bestseller Reversal of Fortune e
Chutzpah. «Scrivo ogni giorno dalle tremila alle quattromila parole. La mia segretaria le ha contate: un mi­lione l’anno, oltre 40 milioni in tut­to. Però non so usare il computer e scrivo solo a penna».
Dershowitz ha appena ultimato il suo terzo romanzo: The Trial of Zion,
un thriller legale che parte da un at­tentato terroristico per esplorare, attra­verso cinque fami­glie, il conflitto ebraico-palestinese in Terra Santa dal 1885 ad oggi. Nel 1994 aveva pubbli­cato Il demone dell’avvocato (Mon­dadori), il suo primo lavoro di fic­tion (la storia semiautobiografica di un avvocato alle prese con un clien­te colpevole e pericoloso) e nel 1999 Just Revenge, ispirato allo sterminio della famiglia materna durante l’Olo­causto. «Sono stato influenzato da Emanuel Ringelblum, che ha immor­talato l’esperienza nel ghetto di Var­savia nascondendo i diari in cartoni del latte sottoterra. E da Elie Wiesel, oggi mio caro amico. Non parlo solo de La notte ma anche de Gli ebrei del silenzio che mi spinse ad andare in Unione Sovietica e a lavorare dieci anni per gli ebrei russi». I suoi libri preferiti? « I fratelli Karamazov, An­na
Karenina, Il Principe di Machia­velli. E poi l’opera omnia di Philip Roth, Primo Levi, Amos Oz e Saul Bellow».
Alan Dershowitz oggi è anche un famoso blogger, per l’«Huffington Post», il «Jerusalem Post» e «Front Page». «Sull’'Huffington Post' scri­vono le migliori e le peggiori firme d’America: le più ridicolamente d’estrema sinistra reagiscono ai miei post con invettive antisemite inaudite. Ma va bene così, perché il mio mestiere è provocare». Una pas­sione, questa, che rischia di costar­gli due anni di carcere in Italia, dove è stato denunciato dal Gip Clementi­na Forleo per aver osato, in un’inter­vista del 2005, definire «vergogno­sa » la sua decisione di assolvere cin­que militanti islamici dal reato di ter­rorismo internazionale. «Il caso di­mostra come il sistema giudiziario italiano non contempli neppure la li­berta d’espressione. Ma il mio Paese non accetterà mai l’idea medievale che un cittadino Usa sia perseguito all’estero per un’opinione espressa in patria, dove il primo emendamen­to ne tutela la liberta di parola. Il di­partimento di Stato mi ha conferma­to che sono il primo americano del­la storia ad essere incriminato in Ita­lia per un’opinione espressa a casa mia».
Le pecche del Belpaese sono an­che altre. «Mi duole dover dire che è troppo morbido coi terroristi, e non parlo solo dell’'Achille Lauro'. Oba­ma sa di non poter contare sull’Italia come alleato affidabile nella guerra contro il terrorismo alla stregua di Francia e Inghilterra. Da voi e in Spa­gna, poi, il potere giudiziario è in mano a magistrati d’estrema sinistra che considerano i terroristi combat­tenti per la libertà».
La morale cattolica buonista? «Non c’entra. Al contrario, penso che il ruolo del Vaticano sia e conti­nui ad essere estremamente positi­vo sul versante dei diritti umani e ci­vili e della tutela dei poveri, immigra­ti e deboli in generale».

venerdì 24 aprile 2009

I valori della resistenza

giovedì 23 aprile 2009

Per Marshall in particolare.

Giorgio Napolitano, un vile 20/11/2005

di Davide Giacalone

La viltà è il desiderio, sempre e comunque, di sfuggire al pericolo. La viltà è il desiderio di non portare mai il peso delle proprie azioni. Giorgio Napolitano è un vile, talmente pieno di sé da consegnare alle stampe un'autobiografia ("Dal Pci al socialismo europeo", Laterza) che lo documenta. Scrivo questo senza nessuna soddisfazione, anzi, con molto rammarico, perché Napolitano è un uomo cui guardammo con interesse, sperando in un possibile, e sempre necessario, dialogo a sinistra. Non immaginavo quanto profonda fosse la malattia morale indotta, nel comunismo italiano, dalla lunga pratica della doppia verità.

La raccolta delle proprie memorie, quando si raggiunge una certa età (l'autore ha superato gli ottanta anni, ed è anche stato nominato senatore a vita), può essere un atto di generosità. Lo sforzo di rileggere gli eventi e le passioni alla luce di una maturazione giunta a compimento. La voglia di cogliere la verità dei fatti, al di là delle interpretazioni di comodo. Ma per vergare pagine di questo tipo occorre un coraggio ed un'onesta che a Napolitano mancano. Il lettore, in un certo senso, viene messo sull'avviso proprio alla prima pagina, dove si trova scritta una strana frase: "Parlo della storia ?tra il 1944 e il 1991- della sinistra italiana e del suo maggiore partito, collocato nel movimento comunista internazionale e poi distaccatosene attraverso un tormentato sforzo di ricerca e di revisione". E' strana perché il lettore ha come l'impressione che sia esistita una storia di rottura fra il comunismo italiano e quello sovietico, o internazionale, mentre, invece, i comunisti italiani tennero un congresso a Roma, nel marzo del 1989, dove ancora rivendicarono con orgoglio di essere il "grande Partito Comunista Italiano", e cambiarono nome, non cambiando altro che il nome, un anno dopo, con il congresso di Bologna. Fu la storia a trascinarli, non certo loro a precederla, avendone compreso il percorso. Ciò significa che le vicende raccontate da Napolitano riguardano, per quarantasei quarantasettesimi il Pci, mica quella circonvoluta roba che si legge nella prima pagina.

Andando avanti, pagina dopo pagina, vicenda dopo vicenda, ci si rende conto che Napolitano è un maestro di dissimulazione ed omissione, del dire e non dire, senza mai affondare il coltello della critica, dell'analisi originale, di un dietro le quinte che non riguardi inutili episodi tratti dalle vacanze capresi di Togliatti. E la viltà raggiunge la sua monumentale consistenza quando si arriva al tema dei finanziamenti sovietici al Pci. Una storia interessante, tutta da scrivere, e che Napolitano deve conoscere assi bene, perché fu giovane influente inviato in missione a Mosca, perché fu responsabile organizzativo del Pci, ne fu vice segretario, fu responsabile economico e fu responsabile della sua politica estera. Una testimonianza interessante, la sua.

Ma tutto si riduce ad una pagina, una pagina, la 173. Una pagina su 331. Ed in quell'unica pagina mente. Mente perché, con il tono delle grandi rivelazioni, scrive che i comunisti italiani furono finanziati da quelli sovietici, poi, però, si nasconde dietro le parole di Gianni Cervetti ("L'Oro di Mosca", Baldini & Castoldi, pubblicato nel 1993) per affermare che quei finanziamenti furono interrotti, per volontà di Berlinguer, Chiaromonte e Cervetti, nel 1978. Il che è falso. Totalmente falso.

E' falso perché lo ha documentato Vladimir Bukovskij (un dissidente che se ne stava nei Gulag, mentre Napolitano ed i suoi compagni riscuotevano i soldi sporchi di sangue, elargiti dalla medesima mano che edificava i campi di concentramento), che ha raccolto documenti importanti e non smentiti ("Gli archivi segreti di Mosca", Spirali), ed alcuni di questi riguardano la Interexpo, società guidata dal "compagno L. Remigio", per il tramite della quale, nel 1983 il Pci chiede a Mosca "ulteriori finanziamenti". Prego osservare la data, 1983, ed il non secondario "ulteriori". E li ebbero, giacché quelli sono gli anni in cui i comunisti italiani sono impegnati a colpire la sinistra democratica italiana, rea di avere consentito alla giusta scelta di schierare i missili nucleari occidentali, contro gli SS20 sovietici. Sono gli anni in cui vestono una delle loro giubbe "pacifiste". La pace di Gulag, solo appena più operosa di quella dei cimiteri.

E' falso perché lo ha documentato Giuseppe Averardi ("Le carte del Pci", Piero Laicata Editore), utilizando appunti e note di Eugenio Reale e descrivendo il meccanismo di finanziamento illecito che utilizzava una fitta rete di società d'intermediazione (come la Interexpo, appunto), che non intermediavano un bel nulla ma riscuotevano tangenti per i comunisti italiani.

E' falso perché il magistrato russo Sergej Aristov parla di finanziamenti giunti fino al 1991, così come risulta da un documento datato 17 gennaio 1898, classificato come rigorosamente segreto e destinato a Vladimir Chruscev, uno dei capi del Kgb, un documento intitolato: "Aiuti finanziari supplementari per il Pci". Prego notare la data, 1989, ed il suggestivo "supplementari". Di tutto questo ha mai sentito parlare, l'onorevole Napolitano? Lo sa che Aristov aveva chiesto l'assistenza e la collaborazione di Giovanni Falcone, e che questo era l'incontro in programma al suo rientro a Roma, se non lo avessero ammazzato a Capaci? Ha mai letto niente, di tutto questo, l'onorevole Napolitano? Riesce ad immaginare cosa si sarebbe scritto e fatto se al rientro a Roma Falcone avesse dovuto incontrare Aristov per scandagliare le amicizie di Andreotti o i conti di Craxi?

Certo, so che queste cose non si leggono spesso, talché io stesso, scrivendole, mi conquisterò il compatimento di chi m'immagina giapponese renitente all'armistizio, in guerra contro comunisti immaginari che esistono solo nella mia malata fantasia ed in quella corrotta da Arcore. Capita, difatti, che la grande forza dei preti senza più un dio, dei comunisti senza più comunismo, ancora si esercita sul mercato italiano delle idee e delle conoscenze, complice una destra di analfabeti d'andata e ritorno. Ma Napolitano è uomo di cultura, di buone letture, è escluso che ai suoi occhi non siano mai comparse queste notizie, e, allora, perché non commentarle, perché non smentirle, perché tenere tutto in una ridicolissima e rivelatrice pagina? Per viltà. Perché il passato che questi uomini hanno alle spalle fa così orrore, copre ancora le grida delle vittime, da non consentire loro di guardarlo in faccia senza perdere la capacità di guardarsi in faccia. Quindi meglio affidarsi ad un linguaggio che avrei definito democristiano, se non fosse che non conosco un solo democristiano che abbia da tacere tanto sul passato proprio e dei propri compagni di partito.

Altri uomini, altri comunisti, come Giovanni Pellegrino, hanno avuto la forza ed il coraggio di rimestare criticamente nella nostra storia recente, non si sono autorisparmiati, pur compiendo lo sforzo di collocare i propri comportamenti nel clima e nel contesto in cui i fatti si svolsero. Il capitolo dei finanziamenti sovietici ai comunisti italiani è uno di quelli senza il quale non si è in grado di capire nulla, né del dibattito politico nella sinistra, né della storia italiana del dopoguerra. Ma, evidentemente, al contrario di quel che Pellegrino ha fatto per gli anni del giustizialismo, queste altre sono cose di cui è ancora difficile e pericoloso rivelare dimensioni reali e complicità taciute. Alcuni canali di scolo dei dollari russi ancora non si sono prosciugati. O, comunque, non è compito che abbia assolto la debole penna di Grigio Napolitano.
http://www.davidegiacalone.it/index.php/costume/giorgio_napolitano_un_vile

mercoledì 22 aprile 2009

Furbi e gonzi

Premesso che quanto scrivo è anche frutto di presunzioni e deduzioni, mi vien però da dire che chi crede nel personaggio in questione, come ad uno stinco di santo, è un gran credulone.
Il personaggio in questione, da quando si è messo in politica, continuerebbe ad inanellare arricchimenti dopo gli altri. E, non pago di ciò, ora pare essere diventato anche esperto di elusioni fiscali a fini strettamente personali. Infatti, non pago dei presunti arricchimenti, ora s'ingegnerebbe anche ad eludere il fisco.
Sono questi i valori che vorrebbe inculcare agli italiani? E di cui si vanterebbe, facendone la propria bandiera politica? Se i fatti verranno appurati e confermati, saranno stati dei gonzi tutti coloro che han creduto in lui come ad un salvatore della patria.

Poco fa, su Radio Padania Libera, hanno fatto un escursus, traendolo da un quotidiano, sulle proprietà immobiliari del personaggio in questione. Sembra siano nove, o più, tutti tra Italia e Lussemburgo, e tutti intestati a prestanomi, gli immobili da lui posseduti. Non pago di ciò, ora si sarebbe pure inventato coltivatore diretto, iscrivendosi al relativo albo.
E per farne che? Come pare ovvio, per poter usufruire di incentivi, sgravi fiscali, imposte agevolate ecc.

Nel corso della mia vita ho conosciuto qualche coltivatore diretto improprio. Improprio nel senso che in realtà faceva tutt'altro. Erano per lo più trasportatori, venditori ambulanti, casalinghe. Insomma, tutte persone che avevano escogitato quel modo per eludere il fisco. Ciò era, e forse lo è ancora, consentito dalle leggi, ma molti approfittavano, e taluni alla grande, come forse potrebbe essere il caso del personaggio in questione.

Per questo motivo, secondo me, ci sono in Italia un discreto numero di gonzi creduloni.

Costui, le proprietà suppongo se le sia create da quando è in politica, perchè prima era uno squattrinato che viaggiava a bordo di una Fiat 127. E visto che a questo punto molti tirerebbero in ballo le ricchezze di Berlusconi, ben diverso è stato l'escursus di costui, che i soldi li ha fatti col lavoro, e prima di entrare in politica. E su questo punto, se qualcuno avesse da obiettare il contrario, avrei argomenti validi a riguardo. Sono stato infatti piccolo azionista di tutte e tre le aziende partecipate dalla famiglia Berlusconi: Mediaset, Mondadori e Mediolanum; e, da quando Berlusconi è in politica, i piccoli azionisti di tali società stanno registrando notevoli capital loss (perdite di capitale). Pertanto, chi afferma che Berlusconi ha fatto i soldi con la politica, dice una falsità.

martedì 21 aprile 2009

Un gigantesco psicodramma collettivo per sentirsi combattivi (click)

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ma, scusate, a che serve tutto questo casino (scusate ancora, è proprio la parola giusta) di Ginevra? Siamo tutti un po´ saturi di questa storia - tutti quelli che seguono la cronaca politica del Medio Oriente, voglio dire. Gli Stati che ci vanno, quelli che non ci vanno, il segretario dell´Onu Ban che si dispiace di quelli che non ci vanno (ma lui la settimana scorsa ci era andato... alla conferenza della Lega Araba a Dubai e poi a pranzo col presidente del Sudan Bashir ricercato numero uno del Tribunale dell´Onu...). Eccetera. Ma a che serve? Cui prodest? Che cosa deve uscire da questa conferenza? Monsignor Federico Lombardi, portavoce di un Vaticano che ha la coda di paglia lunga così per essere rimasto quasi solo in compagnia del peggior islamista sul mercato, ha affermato tronfio tronfio che la conferenza è "un´occasione importante per portare avanti la lotta al razzismo e l´intolleranza". Capite? Portare avanti la lotta? Come si diceva nelle vecchie assemblee studentesche. E questa lotta portata avanti cosa fa al razzismo? A che razzismo? A quello contro i neri che si manifesta negli stadi italiani? A quello contro i neri del Darfur che si manifesta nel Sudan, il paese di Bashir, compagno di merende del segretario dell´Onu? Il razzismo del Ruanda che l´Onu ha ignorato finché è finito in un genocidio? Quel particolare razzismo che ha nome antisemitismo e che è coltivato dal "key speaker" della prima giornata della conferenza, il presidente dell´Iran Ahamadinejad?
(A proposito, sapete cosa dice il Vaticano di questo discorso? Che "ha avuto espressioni estremiste e inaccettabili"! Espressioni estremiste? questa sì che è una condanna rigorosa... da far invidia a quelle di Pio XII su Hitler, immagino. E cosa dice l´amministrazione Obama, che pure "non c´era" per il dispiacere di Ban? "Il portavoce del dipartimento di Stato americano, Robert Wood, ha confermato che gli Stati Uniti continuano a cercare "un dialogo diretto" con Teheran sul nucleare, a condizione che "la smetta con questa orribile retorica". Orribile retorica, capite? Metonimie e litoti fuori luogo, anafore scorrette: questo è il problema per Obama, notoriamente fine oratore).
Ritorniamo alla nostra domanda centrale: a che cosa serve questo baraccone, oltre "a portare avanti la lotta"? A delegittimare Israele? Già fatto. A odiare l´Occidente? Fatto anche questo. A compiacere gli eredi di Heider (e più in là, molto più in là anche di un altro H.) come il ministro degli esteri austriaco Michael Spindelegger e naturalmente tutti i Williamson del mondo? Fatica inutile. A far propaganda elettorale per Ahamadinejad che punta al rinnovo della carica fra un mese? Come se in Iran decidessero gli elettori. E allora a che serve? Io ho una risposta, anzi due. Da un lato il carnevale dà uno sfogo a quelle che nel gergo giovanilista di questa cartolina potremmo chiamare "seghe mentali" degli antisraeliani frustrati: nel mondo arabo, in Eurabia, in Italia, dappertutto. Un gigantesco psicodramma collettivo per sentirsi combattivi, "portare aventi la lotta". Questo è il fumo. L´arrosto è altro. E´ ciò di cui "non" si parla a Ginevra: l´atomica iraniana, il terrorismo palestinese, la ripresa di attività dei talebani e dei terroristi iracheni, tutto quel canaio cui la "fantasiosa" politica di Obama ha concesso una salutare ricreazione.

Ugo Volli

http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90

venerdì 17 aprile 2009

Razzismo, Italia e Germania boicottano Durban

Roma - A oggi "non ci sono le condizioni per l’Italia per re-impegnarsi nel negoziato per la conferenza Durban II". A due giorni dall’apertura a Ginevra della conferenza Onu sul razzismo, il ministro degli Esteri, Franco Frattini, ribadisce ancora le condizioni "inaccettabili", che precludono per ora la partecipazione dell’Italia, contenute nel documento preparatorio su Durban II. Anche se, ha assicurato il ministro, "siamo impegnati con i colleghi europei fino all’ultim’ora".

Frattini chiude a Durban II "L’Italia - ha spiegato il ministro Frattini - mantiene l’atteggiamento di disimpegno dal negoziato tenuto fino ad ora, una scelta del resto presa anche dagli Stati Uniti". Ma per ora, ha assicurato Frattini, "non ci sono le condizioni" per la partecipazione dell’Italia. Il ministro ha, quindi, ricordato i punti contenuti nella bozza conclusiva della conferenza contro il razzismo, in parte modificati ma ancora considerati inaccettabili, perchè giudicati antisemiti nella parte che riguarda l’Olocausto, ma ha ricordato anche le critiche al riferimento alla libertà di espressione che, ha detto, "non è significativamente garantita". Un tema sul quale Frattini - come ha spiegato a margine della conferenza sul disarmo nucleare conclusasi oggi alla Farnesina - si è confrontato anche con i colleghi europei. "Questa mattina ho avuto colloqui telefonici con i miei colleghi inglese, francese, svedese, tedesco, danese e olandese, e ho rappresentato loro i dubbi dell’Italia ed ho ricordato che l’impegno, con i colleghi europei, proseguirà fino all’ultima ora".

Berlino boicotterà la conferenza Il governo tedesco non parteciperà alla conferenza internazionale sul razzismo, detta Durban 2, che inizierà lunedì prossimo a Ginevra: "Anche altri Paesi Ue decideranno di boicottare la conferenza". Sarebbe la prima volta che Berlino disdice la sua presenza a una conferenza delle Nazioni Unite. Un portavoce del ministero degli Esteri, precisa la Welt, ha spiegato che la decisione ufficiale deve ancora essere presa. Ma è certo che "senza il rispetto delle cosiddette linee rosse una partecipazione non sarà possibile". Per "linee rosse" il ministero degli Esteri tedesco intende una presa di posizione unilaterale contro Israele e l’Occidente, così come era stata stata rappresentata dalla conferenza del 2001 a Durban, in Sudafrica. Il responsabile della sezione diritti umani del governo federale tedesco, Guenter Nooke, ha affermato di "vedere più motivi per non partecipare che per essere presenti" a Ginevra. Su questa vicenda Nooke auspica "una posizione il più possibile compatta dei paesi dell’Unione europea".

Trattato di Lisbona

16 aprile 2009
LILIANA GORINI SUL TRATTATO DI LISBONA
Il mensile Babilonia Swing intervista Liliana Gorini sul Trattato di Lisbona
Lei si è dichiarata più volte contraria alla ratifica del Trattato di Lisbona, ce ne spiega le ragioni?
Le ragioni sono molteplici, principalmente il fatto che ratificando il Trattato di Lisbona ci stiamo consegnando nelle mani di una dittatura della Commissione Europea senza neanche sapere bene le conseguenze della nostra decisione. Quasi nessuno dei parlamentari dei 24 stati europei che finora ha ratificato il Trattato si è preso la briga di leggere il testo del Trattato, che è volutamente fumoso e incomprensibile (come ha ammesso in Italia lo stesso Giuliano Amato). Grazie all’analisi di eminenti giuristi e costituzionalisti da tutta Europa (Austria, Francia, Germania e Italia, compreso il prof. Guarino, rinomato costituzionalista) abbiamo appreso che col Trattato di Lisbona i nostri governi rinunceranno alla sovranità nella politica economica, nella politica di difesa, nella politica sociale, perfino in materia di pena di morte. Le do un esempio concreto sulla crisi attuale che forse farà capire ai suoi lettori la gravità di questa imposizione: si discute in questi giorni della creazione di una "Bad Bank" che assorba tutti i titoli tossici che hanno provocato la gravissima crisi finanziaria americana in settembre, e che oggi stanno affondando anche l’economia reale in tutta Europa. Il Commissario europeo Almunia ha avanzato una proposta in questo senso in seno all’Unione Europea, ed essa coincide con la "Bad Bank" proposta dal Premier britannico Gordon Brown e dal megaspeculatore George Soros: significa essenzialmente che saranno i contribuenti dell’Unione a rifinanziare questi titoli tossici, che in realtà dovrebbero essere depennati. Finora si sono opposti il governo tedesco ed il Ministro italiano dell’Economia Tremonti, che chiede giustamente che questi titoli tossici, ad esempio i famosi derivati che hanno mandato in bancarotta alcuni bilanci comunali, vengano congelati per 50 anni, e che se si crea una "Bad Bank" sia solo per "sterilizzare" tali titoli, perché non è giusto che sia lo stato (ed i suoi cittadini) a pagare per gli errori, e le truffe, di speculatori miliardari. La discussione è ancora in corso, così come lo è negli Stati Uniti di Obama. Ma se il Trattato di Lisbona fosse già stato ratificato da tutti i 27 stati membri, sarebbe l’Unione Europea a decidere, e la giusta opposizione di Germania e Italia non potrebbe nulla contro il Commissario Almunia. I nostri contribuenti dunque dovrebbero dire addio ai loro risparmi, che andrebbero nelle tasche della Bad Bank di Almunia e Soros, e degli speculatori.
La ratifica del Trattato, conferirà poteri straordinari alla Commissione UE. In cosa consistono tali poteri e che ruolo avrà la nostra Costituzione?
Il Trattato di Lisbona contempla una politica estera comune, una organizzazione comune di difesa, una politica commerciale comune, un confine doganale comune, e la moneta e la politica monetaria sono comuni. Questo viola la Costituzione italiana, a partire dall’Articolo 1 che recita "la sovranità appartiene al popolo". Viola anche l’Art. 11 della nostra Costituzione (L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali) in quanto prevede, oltre alle missioni di pace, anche missioni offensive ed il potenziamento delle forze militari messe a disposizione dell’Unione Europea, nell’ambito della NATO. La Commissione si impadronisce dei poteri esecutivo, legislativo ed anche in parte di poteri di solito attribuiti solo al giudiziario. Per questo Guarino parla, correttamente, di "organocrazia".
Che effetti avremo sulla politica economica?
Gli effetti saranno disastrosi, perché come ho detto ci priveranno della possibilità di intervenire, come governo sovrano, sul Bene Comune. Anche in politica economica, la nostra Costituzione sancisce che “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese (Art. 3).
Purtroppo, come abbiamo verificato nel corso delle manifestazioni contro la ratifica del Trattato di Lisbona, a cui ho partecipato anche io a Milano (di fronte a Palazzo Marino), la gente non è al corrente del problema, e non vede il collegamento tra la gravissima crisi economica attuale e l’abbandono della sovranità in politica economica. Magari pensa che i “tecnici” a Bruxelles siano meglio dei nostri politici, ed è qui che si sbaglia: sono molto peggio, perché non conoscono la nostra situazione economica, la nostra storia, le nostre tradizioni, e sicuramente non se ne curano. Hanno un solo obiettivo in mente: far quadrare il bilancio, costi quel che costi. Il Patto di Stabilità ed i parametri di Maastricht sono già ora il principale impedimento a un vero piano anti-crisi, che promuova il credito destinato all’economia reale, all’industria, all’agricoltura, alle infrastrutture, alla scuola, alla sanità, creando posti di lavoro produttivi. Col Trattato di Lisbona questo impedimento diventerà legge, scritta nella pietra, e se un governo cercherà di adottare misure in difesa dei propri cittadini, verrà severamente punito.
Riguardo agli OGM e la progressiva volontà da parte dell’UE dell’uso di biotech per affrontare la crisi alimentare, che ruolo avrà il Trattato?
Su questo mi sono documentata meno, perché il nostro movimento ritiene che i timori sugli OGM non siano fondati. Posso dirle che "Rettet Oesterreich" (salvate l’Austria) uno dei comitati di cittadini in Europa che si sono mobilitati per un referendum contro il Trattato, denuncia anche questo aspetto nel Trattato (vedi http://rettet-oesterreich.at/index.php?id=43).
In che modo i cittadini possono difendersi da un Trattato che non sembra essere loro di vantaggio?
Ci sono state numerose manifestazioni contro il Trattato, sia in Italia (quelle da noi indette a Milano, di fronte a Palazzo Marino) che in tutta la Francia, Austria e Germania, indette da comitati di cittadini a favore di un referendum sul Trattato. Ritengo che sia bene proseguire con le proteste, anche alla luce della grave crisi economica attuale, che richiede misure urgenti da parte di governi nazionali sovrani.
Perché, a suo avviso,l’Irlanda ha rifiutato la ratifica del Trattato di Lisbona?
Il referendum in Irlanda è stata l’unica consultazione democratica, insieme ai referendum sulla Costituzione europea in Francia e Olanda (ed anche lì è stata bocciata). Se si fosse dato ascolto ai cittadini austriaci (che intendevano difendere la propria neutralità, anche quella abolita dal Trattato) e tedeschi, il Trattato sarebbe stato sconfitto anche in questi paesi. In Italia un referendum sarebbe consentito solo se si trattasse di una Costituzione. Per questo motivo l’hanno definito “Trattato” anche se, di fatto, annulla la nostra Costituzione. La popolazione irlandese ha espresso un sentimento generale, ed è stata subito redarguita: questo dimostra quanto poco democratici siano i fautori del Trattato. L’Irlanda si è liberata 100 anni fa da un impero, sicuramente non aveva nessuna voglia di entrare a far parte di un altro impero, quello dell’UE.
Fonte: http://www.movisol.org/09news032.htm
http://www.vocidallastrada.com/2009/04/liliana-gorini-sul-trattato-di-lisbona.html